spigolando spigolando

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 19 giu 2019, 9:10

spicchi di luna.........letterari

brano da
"Casa Howard"
di Edward Morgan Forster



Osservò una chiazza di luce lunare sul pavimento del loro alloggio e, come accade talvolta quando la mente è sovraccarica, si addormentò per quello che era il resto della camera, ma rimase sveglio con riferimento alla chiazza di luce lunare. Orribile! Poi cominciò uno di quei dialoghi disintegranti. Una parte di lui diceva: "Perché orribile? È normale luce della luna." "Ma si muove." "Così fa la luna." "Ma è un pugno chiuso." "Perché no?" "Ma sta per toccarmi." "Lascialo fare." E, come acquistando velocità, la macchia corse su per la coperta. Presto apparve un serpente azzurro; poi un altro, parallelo a questo. "C'è vita sulla luna?" "Naturalmente." "Ma io pensavo fosse disabitata." "Non dal Tempo, dalla Morte, dal Giudizio e dai serpenti più piccoli." "I serpenti più piccoli", disse Leonard con voce alta indignata. "Che idea!" Con lacerante sforzo di volontà divenne conscio del resto della stanza. Jacky, il letto, il loro cibo, i vestiti sulla sedia, gradualmente entrarono nella sua coscienza e l'orrore svanì verso l'esterno, come un cerchio che si allarga sull'acqua.
Lei respirava regolarmente. La macchia di luce uscì dalla coperta a strisce e cominciò a coprire lo scialle posato sopra i piedi di lei. Perché aveva avuto paura? Andò alla finestra e vide la luna che tramontava nel cielo sereno. Vide i suoi vulcani e le distese splendenti che un errore grazioso ha chiamato mari. Impallidivano, perché il sole che li aveva illuminati stava venendo a illuminare la terra. Mare della serenità, Mare della Tranquillità, Oceano delle Tempeste lunari, si fusero in una goccia lucente, che doveva scivolare nella sempiterna aurora. E lui aveva avuto paura della luna!

§§§§§

"Gita al Faro",
Virginia Woolf


Gli alberi autunnali splendono nella dorata luce lunare, allo splendore delle lune di settembre, lo splendore che matura l'energia dei contadini, addolcisce le stoppie, e conduce l'onda azzurra a lambire la riva.
Era una notte meravigliosa, piena di stelle; mentre salivano si sentivano le onde; la luna li stupì, enorme, pallida, quando passarono davanti alla finestra delle scale.

§§§§§


"Il dottor Živago"
Boris Pasternak



Dietro i nidi di corvo del giardino si alzò un'enorme luna nero-rossastra. Dapprima simile al mulino di mattoni di Zybúšino, divenne poi gialla come la pompa di acqua della stazione Birjuči.

La luna era già alta nel cielo. Tutto era soffuso della sua luce densa come biacca.

La notte illuminata dalla luna era stupefacente, come la misericordia o come il dono della chiaroveggenza.

Fra le colonnine del campanile della chiesa che sorgeva proprio davanti alla finestra, si mostrò una chiara luna piena. Quando la sua luce cadde dentro la valigia, sulla biancheria, i libri e gli oggetti da toilette, tutta la stanza parve illuminata diversamente ed egli la riconobbe.

La luce della luna piena fasciava la radura nevosa con una vischiosità tattile d'albume o di biacca. La sontuosità della notte di gelo era indescrivibile.

Proprio sulla cima del tetto, come infissa con un'estremità nella neve, una giovane mezza luna, appena sorta, stava immobile nel cielo e ardeva d'una grigia brace.
[...] E la giovane luna splendeva davanti a lui, quasi al livello della sua faccia, come un presagio di addio, un'immagine di solitudine.
[...] E la luna stava sempre lì, sopra la legnaia ad ardere senza scaldare, a risplendere senza illuminare.

§§§§§

"Il Signore delle Mosche",
William Golding


Un'unghia di luna si alzò sull'orizzonte, appena grande abbastanza per fare una striscia di luce lì dove toccava il mare; ma c'erano altre luci nel cielo, che si muovevano veloci, ammiccavano o si spegnevano, benché della battaglia combattuta a dieci miglia d'altezza non arrivasse nemmeno il più piccolo rumore.

§§§§§

"Se una notte d'inverno un viaggiatore",
Italo Calvino




Era un autunno sereno; approssimandosi il plenilunio di novembre mi trovai a discorrere un pomeriggio con Makiko riguardo al luogo più adatto per osservare la luna tra i rami degli alberi. Io sostenevo che nell'aiola sotto il ginko il riflesso sul tappeto di foglie cadute avrebbe diffuso il chiarore lunare in una luminosità sospesa. [...] La ragazza replicò che era da preferire il laghetto, in quanto la luna autunnale, quando la stagione è fredda e secca, si specchia sull'acqua con contorni più netti di quella estiva, spesso alonata di vapori.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 19 giu 2019, 9:12

TI SEI STANCATA (Nazim Hikmet)


Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra

le mie parole erano incendi
le mie parole eran pozzi profondi

verrà un giorno un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano

e quel peso sarà il più grave.

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 19 giu 2019, 9:42


PLATONE - IL MITO DELLA CAVERNA


All’inizio del settimo libro della Repubblica Platone narra il mito della caverna, uno dei piú famosi ed affascinanti. In esso si ritrova – espressa nel linguaggio accessibile del mito – tutta la teoria platonica della conoscenza, ma anche si ribadisce il rapporto tra filosofia e impegno di vita: conoscere il Bene significa anche praticarlo; il filosofo che ha contemplato la Verità del Mondo delle Idee non può chiudersi nella sua torre d’avorio: deve tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. Proponiamo la lettura di queste pagine senza ulteriori osservazioni e commenti, convinti che lo scritto platonico non li richieda. Socrate parla in prima persona; il suo interlocutore è Glaucone.



[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!, [c] rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose.
– E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. – Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà cosí. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. [...]

(Platone

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 20 giu 2019, 8:14

L’Illuminismo e la formazione dell’uomo moderno


Una dei caratteri fondamentali dell'illuminismo è il rifiuto di considerare gli uomini diversi tra loro per nascita. Le differenze che si riscontrano tra gli uomini sono soltanto in piccola parte frutto della loro natura, tutto il resto dipende dall'educazione, ed in particolar modo dall'influenza della società sulla loro formazione. Gli illuministi sono stati, con profonda convinzione, i progettisti di una nuova società, gli "ingegneri sociali" del loro tempo. Hanno proposto una nuova visione dell'uomo, essenzialmente basata sull'idea di eguaglianza garantita dalla ragione, davvero eguale per tutti, sviluppando uno degli aspetti centrali dell'umanesimo .

Non sorprende quindi affatto che nell'illuminismo vi sia stata la più grande attenzione per l'educazione e per il rapporto tra la formazione dell'uomo e la costruzione di una società nuova, che permetta agli uomini di vivere in libertà ed eguaglianza. Il legame tra la sfera dell'educazione dell'uomo e quella dell'educazione del cittadino che abbiamo osservato al tempo della polis greca - tema che rimane in ombra per tutto il Medioevo a favore di un altro tema greco, quello della virtù e di chi può insegnarla all'uomo - torna in primo piano. Si tratta per gli illuministi di ripensare la società in modo tale che essa consenta agli uomini di vivere nella pienezza del loro essere uomini. Il termine virtù in filosofi come Locke o Rousseau non indica l'adesione ad un modello ideale o a un insieme di valori di natura religiosa: non indica altro che la piena realizzazione dell'uomo integrale, dell'uomo nella pienezza della sua personalità. Al centro di questa personalità è la ragione, l'autonoma ragione, quella che Kant considererà essere istitutrice di un tribunale di fronte a cui ogni sapere deve essere portato.

[..]In tema di iluminismo non si può non citare, almeno di passaggio, la posizione di Condorcet, l'illuminista che nel 1792 presentò all'Assemblea legislativa il progetto più completo e organico di riforma dell'educazione nella Francia rivoluzionaria. Il suo principio ispiratore è di matrice prettamente illuminista: l'istruzione rende liberi dai pregiudizi e quindi dalla miseria. Pertanto lo scopo principale di un'educazione nazionale è di offrire a tutti i mezzi per provvedere ai propri bisogni ed esercitare i propri diritti, così da contribuire al benessere comune nel quadro di una effettiva uguaglianza degli individui. Infatti nel riconoscimento del dovere dello Stato di dare a tutti, donne comprese, la possibilità di ricevere un insegnamento completo, verranno rimosse le disparità economiche e di sesso, che sono storiche e non naturali, mentre saranno le capacità individuali a determinare il grado di istruzione raggiungibile da ciascuno.

Nel progetto di Condorcet la scuola resta sostanzialmente libera dallo Stato, poiché "nessun potere pubblico deve avere l'autorità di impedire lo sviluppo di verità nuove o l'insegnamento di teorie contrarie alla sua particolare politica". La scuola dovrà limitarsi all'istruzione, ad un insegnamento rigorosamente fondato sull'oggettività dei fatti, evitando di trasmettere opinioni politiche o religiose che sono di competenza delle famiglie e delle Chiese. Dunque il legame tra la formazione dell'uomo e la formazione del cittadino è garantito, ma lo Stato come organizzazione politica deve rispettare fino in fondo la libertà di insegnamento. La sfera della cultura è pienamente autonoma, non potendo la ragione sottostare ad una autorità superiore.

E' questa una tesi cara agli illuministi. Kant la fa propria nel celebre articolo Che cos'è l'illuminismo?, in cui scrive: "L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! - è dunque il motto dell’illuminismo".Tuttavia, uno stato di minorità nella vita di ciascuna persona esiste, ed è la minore età: il problema dell'educazione è quindi per l'illuminismo una questione centrale, perché si tratta di realizzare nell'adulto quella capacità di servirsi del proprio intelletto che restituisce pienamente l'uomo alla dignità della sua persona.[..]

Mario Trombino - Il Giardino dei Pensieri

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 20 giu 2019, 8:42

LA POLITICA

Trilussa

Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubblicano.

Prima de cena liticamo spesso
pè via de ’sti princìpi benedetti:
chi vo’ qua, chi vo’ là... Pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 20 giu 2019, 8:49

UOMO DEL MIO TEMPO.

di Salvatore Quasimodo



Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

--------------------------------------------
Da quando c'è il mondo l'uomo è immutabile, è
rimasto cioè quello "dell'età della pietra e della fionda".
Alcuni per volontà di potenza, scatenano guerre,
inventano armi sempre più sofisticate e potenti,
altri in nome del loro dio commettono cose mostruose
con razionalità, legittimandone persino gli assassini
bestiali. Il poeta alla fine invita i figli a dimenticare
i padri e a rinnegarli come autori di tanto scempio.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 22 giu 2019, 19:42

Gaetano Salvemini


Che cos'è la cultura (1908)

I
Quel filosofo del Rinascimento, il quale ha detto che la cultura consiste nel “conoscere tutto di una cosa sola e qualche cosa di tutto” ha affermato una grande verità, ed ha nello stesso tempo formulato un pericolosissimo errore.

Ha detto una grande verità, perché l’uomo il quale conosce tutto di una sola cosa senza saper nulla di tutte le altre, colui, che oggi siamo soliti chiamare “lo specialista”, non può essere in alcun modo considerato come uomo colto.

Circoscrivendo eccessivamente la propria attività intellettuale, inaridendo a poco a poco in sé ogni curiosità estranea al piccolo cerchio dei suoi pensieri, lo specialista si sequestra dal mondo, si addormenta in una specie di sonnambulismo professionale: finisce col perdere anche ogni contatto di simpatia coi suoi simili. La dottrina si accumula a scapito della vera cultura. Lo specialista, in questi casi, uccide l'uomo.

In generale lo specialismo è ritenuto malattia professionale di coloro soli che si dedicano alla scienza pura: e più specialmente dei professori. E certo questa deformazione psicologica è assai comune fra quelli che vivono per la scienza e per l'insegnamento.

Ma essa è assai diffusa in tutti i gruppi sociali. Il banchiere che vive assorto nell'unica preoccupazione della ricchezza, e, senza badare né a destra né a sinistra, accumula affari su affari, e denaro su denaro, distruggendo in sé ogni vita interiore; il magistrato, che concentra tutto lo spirito umano nel codice di procedura, e guarda con occhio vitreo l'infinito turbinio di miserie che la vita gli porta dinanzi, non preoccupato di altro che di classificarle e colpirle meccanicamente, conforme agli articoli della legge; l'ingegnere, il quale non vede intorno a sé che macchine da costruire, formule da applicare, attriti da vincere, e non pensa che dietro alle macchine ci sono uomini che sentono e pensano e soffrono, e che non gli uomini sono fatti per le macchine, ma le macchine devono servire gli uomini; il militare, che nella vita di caserma si avvezza a concepire tutto il mondo come una caserma, e porta l'abitudine del comando indiscusso e il bisogno della obbedienza immediata anche dove quell'abitudine e quel bisogno sarebbero fuori posto e pericolose: costoro sono anch'essi né più né meno che specialisti unilaterali, nei quali è avvenuta una deformazione psicologica analoga a quella che comunemente si attribuisce ai soli scienziati.

E appunto ad evitare i danni grandi e piccoli, che produce nella vita del pensiero e nella vita pratica l'eccessivo restringersi del raggio intellettuale, è necessario, oltre alla cultura professionale e speciale — sapere cioè tutto di una cosa sola — un largo e molteplice corredo di informazioni di tutti i generi — sapere cioè qualcosa di tutto —, al cui acquisto dobbiamo essere condotti dal desiderio, libero disinteressato umano, di coltivare il nostro spirito, di estendere il campo delle nostre conoscenze, di vivere, oltre la vita nostra, la vita dei nostri simili.

E quest'insieme di nozioni non strettamente professionali, le quali non hanno nessuna funzione utilitaria nella vita, le quali hanno un ufficio diciamo cosi, ornamentale; quest'insieme di nozioni noi lo chiamiamo per lo più ‘cultura generale’. E qualche volta lo chiamiamo senz'altro “cultura”, quasi per indicare che la cultura vera non consiste in quel nucleo di nozioni dai confini relativamente precisi e circoscritti, che ci occorrono nella nostra speciale professione, ma comincia appunto dove finisce l'utilità professionale.

Per un contadino, il semplice saper leggere e scrivere è cultura. Per lo scienziato il saper leggere e scrivere è nulla: la cultura incomincia infinitamente più in là. Quelle che nel medico sono nozioni professionali e non costituiscono cultura, diventano cultura non appena si trovano nel patrimonio intellettuale di un avvocato. E viceversa, le conoscenze giuridiche, le quali costituiscono cultura pel medico, non rappresentano, fuori della professione, nessuna superiorità e nessuna forza per l'avvocato.

La cultura, insomma, è il superfluo indispensabile; è — come diceva un professore tedesco assorbito tutto nello studio della sua specialità — "il lusso che si può permettere la mia signora"; è l'insieme di tutte quelle conoscenze che non servono a nulla, ma di cui non è lecito fare a meno.

Viceversa, quest'insieme di informazioni ornamentali "che non servono a nulla," finiscono davvero col non servire a nulla, se non sono organicamente raccolte intorno a quel nucleo più denso di dottrina speciale e professionale, che è la proprietà, dirò cosi, personale dello specialista.

Chi possiede solo una infarinatura di un po' di tutto, e sfoga la sua curiosità in mille opposti sensi senza concentrare mai su un punto determinato la sua attenzione e la sua attività, colui può forse mietere facili trionfi nelle conversazioni, può riuscire meglio dello specialista a "fare," come si dice, "buona figura in società," ma nel mondo del pensiero e nel mondo della vita è un uomo inutile: non è uomo colto, ma un parassita della cultura altrui.

segue..

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 22 giu 2019, 19:45

segue

Che cos'è la cultura (1908)
Salvemini

Io, che sono insegnante di storia, se per conoscenza della storia s'intende la conoscenza di tutti i fatti avvenuti dalle origini del mondo ai giorni nostri, ebbene la storia io non la so. E non la sanno neanche coloro che meritatamente godono di maggiore autorità che non sia la mia. Io sono piuttosto largamente informato su tre o quattro gruppi di fatti storici, che ho studiati per alcuni anni sulle fonti. E — badate bene — neanche di questi gruppi di fatti io posso dire di saper "tutto."

Non posso dire neanche di sapere molto. I miei colleghi dicono che in questi argomenti io sono competente, perché ne so più della generalità degli altri storici, ed ho messo in luce fatti che erano prima sconosciuti. Ma anche su questi soggetti i fatti sono sempre spaventosamente più numerosi di quelli che io sono riescilo a conquistare. E chi ha continuate le ricerche, dopo di me, sullo stesso terreno, non ha penato molto a saperne ben presto più e meglio di me. E questo — badate bene — posso dirlo solo di tre o quattro nodi di fatti storici, che ho direttamente studiati.

Su quasi tutti gli altri avvenimenti della storia dell'Italia e dell'Europa non so se non quello che dicono alcuni manuali; e sulla massima parte di essi non ne saprò mai nulla di più di un discreto alunno di liceo, perché non avrò mai l'occasione e il tempo di andare al di là dei manuali. Su moltissimi altri fatti, poi, non so nulla, assolutamente nulla. Se oggi dovessi dare un esame di storia, non dico della Cina o del Giappone, ma della Russia e dei paesi Scandinavi, per esempio, sarei certamente, o quasi certamente, bocciato. : '

Ora, se la ignoranza è una nostra condanna inespiabile già nel campo della "cultura speciale," immaginiamoci quanto numerose e quanto immense debbano necessariamente essere le lacune della nostra "cultura generale. "
Impossibile è "conoscere tutto di una cosa." Più impossibile ancora è "conoscere qualche cosa di tutto."

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 23 giu 2019, 8:52

Che cos'è la cultura (1908 )
Salvemini


III
La cultura è, dunque, un miraggio irraggiungibile? Gli uomini, che passano per colti, sono, dunque, dei ciarlatani, i quali fan credere di possedere ricchezze che non hanno?

Io professore di storia, eppure incapace di ripetere a memoria tutta la storia, sono, dunque, uno sfacciato?

In coscienza, credo di potere rispondere di no. Io non so la storia. Ma so di non saperla, e questo è già qualche cosa. E sono capace — o almeno credo di essere capace — di studiarla e di comprenderne e studiarne le varie parti, via via che ne senta il desiderio o la necessità, e questo è l'importante.

Così il clinico, anche grandissimo, non sa la medicina, nel senso che abbia presente sempre alla memoria tutte le infinite malattie possibili che possono tormentare il genere umano. Egli riconosce a prima vista e sa curare immediatamente quelle sole malattie che occorrono più comunemente nella vita e nella pratica della professione. Ma di molte malattie egli non ha presenti alla memoria gli elementi, che gli permettano di riconoscerle a un tratto. Egli sa che esistono malattie, le quali non presentano i sintomi delle malattie di cui egli ha maggior pratica. E si riserva, prima di dare il giudizio definitivo. E ritorna ai libri. E ritorna a studiare l'ammalato. Alla fine, quando è sicuro di sé, formula il suo giudizio.

La differenza fra il grande clinico e il medico mediocre o deficiente, non consiste in questo, che il primo sappia tutto e il secondo poco. Anche il primo sa poco in confronto alla infinità di nozioni che costituiscono la teorica e la pratica della medicina, ma è capace di saper tutto, nonostante le grandi lacune della sua dottrina professionale; laddove il secondo non solo sa poco, ma — quel che è peggio — non è capace di imparare molto di più.

Da questo punto di vista, si può dire che la cultura consiste non tanto nel numero delle nozioni e nella massa dei materiali grezzi che in un dato momento ci troviamo ad avere immagazzinato nella memoria, quanto in quella raffinata educazione dello spirito, reso agile ad ogni lavoro, ricco di molteplici e sempre deste curiosità, in quella capacità d'imparar cose nuove, che abbiamo acquistata studiando le antiche.

La cultura consiste nella forma stessa che noi, attraverso il lavoro dello spirito, riesciamo a dare allo spirito stesso. Consiste nell'abitudine dello sforzo tenace e penoso; nel bisogno delle idee logiche e chiare; nel gusto della iniziativa personale e critica; nella forza e nel coraggio di pensare con la nostra testa e di essere noi stessi; nella attitudine — insomma — di comportarci, innanzi a qualunque nuovo problema di pensiero o d'azione, come uomini ignoranti, bensì, e bisognosi di rinnovare e rettificare continuamente le nostre conoscenze, ma capaci di rettamente volere, rapidamente deciderci, energicamente operare.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 23 giu 2019, 8:54

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Che cos'è la cultura (1908 )
Salvemini


IV
Chi possiede quest'insieme di attitudini e di capacità, che noi indichiamo col termine di "cultura," non può non possedere anche nella propria memoria un grande capitale di molteplici nozioni concrete, siano professionali, siano disinteressate.

Una testa ben costruita è sempre anche una testa riccamente mobiliata.

Perché nella mente che ha l'abitudine e il bisogno della logica, dell'ordine, della chiarezza, ogni nozione nuova, che penetra, è subito illuminata vivificata fecondata dall'accorrere intorno ad essa di tutte le nozioni antiche, tenute presenti dalla forza agile e duttile dello spirito.

Un'idea non può determinarsi, che non diventi immediatamente centro di attrazione e di coordinazione armonica per altre idee, per altre esperienze, per altre ricchezze del pensiero. E questa abbondanza di nozioni concrete, in cui l'esperienza via via si condensa e si ordina, è il risultato necessario, inevitabile di quella educazione e fortificazione dello spirito, che è la vera "cultura."

Ma guai se come fine dal lavoro intellettuale noi ci proponiamo solo la moltiplicazione affannosa e frettolosa delle nostre conoscenze concrete, e trascuriamo la funzione vera dello studio, cioè il sereno armonico equilibrato sviluppo di tutte le nostre attitudini intellettuali. Allora mentre si rovina o si minaccia di rovinare il meccanismo delicato dello spirito, non si raggiunge nemmeno la moltiplicazione delle conoscenze concrete.

Se voi, per esempio, nello studiare un libro di storia, assillati dalla smania di saper tutto, e oppressi dell'incubo della vostra ignoranza, non vi proponete altro fine se non quello di impadronirvi al più presto della maggiore quantità possibile di nozioni di storia; e dietro al primo libro ne vedete un altro che vi aspetta; e dietro questo un altro che vi rimprovera; e sempre avanti senza mai un minuto di riposo, senza mai un filo d'ombra, mai una possibilità di rilassamento ed abbandono: voi non otterrete altro risultato se non quello di sfiancare ed esaurire il vostro pensiero, ingombrandolo con una massa inorganica di informazioni slegate.

Le quali potranno darvi per un momento forse l'illusione della cultura, ma spariranno ben presto dalla memoria; perché la memoria in generale non conserva se non le nozioni ben chiare e logicamente coordinate.

E anche se la vostra memoria è cosi potente da non abbandonare mai nulla di ciò che ha una volta acquistato anche tumultuariamente, tutte quelle conquiste frettolose e disordinate non formeranno mai cultura; non aggiungeranno nulla alla forza e alla bellezza e alla raffinatezza del vostro spirito: faranno della vostra testa tutt'al più una enciclopedia alfabetica o una bottega di rigattiere.

Se, invece, voi studiate un libro di storia — dico un libro di storia fatto sul serio e non una raccolta di aneddoti pili o meno dilettevoli o di inutilità più o meno erudite — se lo studiate per educare su di esso la vostra mente a sentire ed osservare la complessività della struttura sociale, la continuità del processo storico, la relatività delle istituzioni e delle idee, i rapporti di casualità e d'interdipendenza che stringono fra loro i fenomeni sociali consecutivi e contemporanei; se voi mirate, insomma, non tanto a mettere nella vostra memoria un gran numero di fatti, quanto ad educare il vostro spirito perché sappia osservare, criticare e valutare i fatti con pensiero non semplicista non intollerante non esclusivo; voi dovrete dedicare molto tempo a leggere e meditare riposatamente quel libro. E perciò dovrete rinunziare alla lettura e allo studio di moltissimi altri libri. E cosi introdurrete nella vostra cultura un numero relativamente scarso di fatti. Ma questi fatti rimarranno a lungo in voi: perché non sono polvere slegata e inorganica, ma formano un sistema compatto, le cui parti sono tutte saldamente incatenate con legami logici inti-missimi a tutti gli elementi della vostra cultura: e voi non potrete mai far rivivere nella vostra memoria una sola delle conoscenze cosi bene acquistate, che non vediate rifiorire subito con essa, senza artificio e senza fatica, tutte le altre.

E quand'anche, fra uno, cinque, dieci anni, i fatti concreti acquistati oggi cadano dal vostro pensiero come le foglie d'autunno cadono ad una ad una dall'albero — e questo o prima o poi deve avvenire, — ed altre nozioni prenderanno il posto delle attuali, per cadere anch'esse alla loro volta e lasciare il posto ad altre; rimarrà sempre in voi una maggiore agilità intellettuale, un pensiero più vigoroso, più largo: e sarà questo il guadagno vero imprescrittibile fatto dalla vostra cultura.

Perché la cultura vera — come un paradosso profondo è stata definita — è "ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto quello che avevamo imparato."

Segue..

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