spigolando spigolando

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 12 giu 2019, 10:27

UN VERO UOMO

Un vero Uomo è colui che ha imparato
ad amare prima di imparare a far l’amore,
colui che si emoziona e versa lacrime senza preoccuparsi di essere “un duro”,
colui che sa far ridere una donna e all’occorrenza asciugarle le lacrime.
Un vero Uomo è quello che sa guardare dritto negli occhi una donna e dirle ti amo,
quello che non ha bisogno di cambiare,
e di cambiare te
che non ha bisogno di una seconda possibilità, quello che ti allunga la mano
e ti porta in paradiso.
Un vero uomo è quello che non sfugge
alle prime difficoltà ma aspetta anche le seconde per sfidarle,
è quello che non stà con un piede
in due scarpe ma le usa per camminare insieme alla donna che ama,
è quello che, nonostante il periodo nero,
vede sempre a colori.
Un vero uomo è quello che si distingue,
che “cancella” una donna difficile,
che ti migliora la vita anche quando
la vita ti ha peggiorata.
Un vero uomo non ti chiede nulla in cambio perché dietro un vero uomo
ci sei solo tu…

CERONIO

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 12 giu 2019, 10:29

REGALAMI UN SORRISO

Regalami un sorriso
il più bello, il più vero
quando gli occhi brillano
e le pagliuzze dorate sono pioggia di stelle.
Regalami un sorriso
che sgorghi direttamente dal cuore
una cascata che ti abbraccia e penetra nelle ossa.
Regalami un sorriso
che sia un battito di mani festanti
un rompere gli schemi,
la naturalezza che danza.
Regalami un sorriso
che mostri i denti,
tasti di un pianoforte
che suona la gioia del momento.
Regalami un sorriso
lo metterò in cornice...
Mi basterà guardarlo e sarà colore, calore.
In un istante
sarà estate in pieno inverno.

Mary Florio

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 12 giu 2019, 10:37

LA LIBERTA' (Platone)

Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, si trova ad avere come capi dei coppieri che gliene versano a volontà, sino ad ubriacarlo, accade che, se i governatori resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi son dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere e servo ; che il padre impaurito finisce col trattare il figlio come suo pari e non è rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari, e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendono gli stessi diritti dei vecchi, e questi, per non parere troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno, e in mezzo a tanta licenza, nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 13 giu 2019, 9:52

Avevo postato questo monologo tratto da un film, non so quanto il fatto fosse stato tratto da un episodio realmente accaduto ma presumo di si , a questo punto l'"orrore" più orrore non sarà sempre di la da venire....---------------------------------------------------------------------------

e qualcuno ha ancora il coraggio di parlare.....

....di "venti di guerra" che soffiano sui cieli dell' Europa!



Monologo di Marlon Brando in Apocalypse Now


Di grande effetto il famoso monologo che è diventato un pietra miliare della filmografia di tutti i tempi:

“Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei, ma non ha il diritto di chiamarmi assassino.
Ha il diritto di uccidermi, ha il diritto di fare questo, ma non ha il diritto di giudicarmi. E’ impossibile trovare le parole …. per descrivere, ciò che è necessario, a coloro che non sanno ciò che significa l’ orrore.
L’ orrore ha un volto, e bisogna farsi amico l’ orrore.
Orrore e terrore morale sono i tuoi amici, ma se non lo sono, essi sono dei nemici da temere, sono dei veri nemici.
Ricordo quando ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa, andammo in un campo, per vaccinare dei bambini, lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio.
Più tardi venne un vecchio correndo a richiamarci, piangeva, era cieco, tornammo al campo.
Erano venuti i vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato .
Erano in un mucchio, mucchio di piccole braccia, e .. mi ricordo che ho pianto, pianto come… come una madre, volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quel che volevo fare .
Io voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo, non voglio mai dimenticarlo.
Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito, colpito da un diamante, una pallottola di diamante in piena fronte, e ho pensato …. mio Dio, che genio c’è in questo… che genio, che volontà per far questo.
Perfetto, genuino, completo, cristallino, puro .
E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perché loro lo sopportavano .
Questi non erano mostri . Erano uomini, quadri addestrati, uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia, che fanno figli, che sono pieni d’ amore, ma che avevano la forza… la forza di far questo….
Se io avessi 10 divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui, si risolverebbero molto rapidamente.
Bisogna avere uomini con un senso morale, ma che allo stesso tempo siano capaci di … utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passioni, senza discernimento ……
Senza discernimento .
Perché è il voler giudicare che ci sconfigge ”

Questo grandioso monologo non è rintracciabile nella sceneggiatura del film perché è frutto dell'improvvisazione di Marlon Brando che sì basò grossomodo sul copione originale, ma che infine optò per il proprio estro e il proprio talento.
Si racconta che Brando e Coppola si ritirarono durante le riprese per almeno venti giorni su una barca per studiare le battute e il personaggio di Kurtz.
Ne uscì uno dei monologhi più famosi del cinema moderno, sull'orrore nella sua dimensione più spietata e vera, quello che a detta di Kurtz trasforma "i mostri in uomini"

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 13 giu 2019, 9:56

LE COSE CHE HO IMPARATO NELLA VITA
Paulo Coelho


Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
- Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà... E per questo, bisognerà che tu la perdoni
- Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla
- Che la pazienza richiede molta pratica
- Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo
- Non cercare le apparenze, possono ingannare
- Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia
- - Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare
- Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice
- Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così
- Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino

PAULO COELHO

Di mio ci aggiungo
-Essere gentili ed educati ti sorprenderà e ti farà sentire uno tra le eccezioni

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 13 giu 2019, 12:34

PLATONE Della Giustizia

[..]«Per comprendere che anche chi pratica la giustizia si comporta così suo malgrado e solo perché non può commettere ingiustizia, l'espediente più opportuno è ricorrere a una situazione immaginaria. Concediamo ad entrambi, all'uomo giusto e all'ingiusto, la possibilità di fare ciò che vogliono, e poi seguiamoli osservando dove i loro desideri guideranno l'uno e l'altro. Allora sorprenderemo l'uomo giusto a percorrere la stessa strada dell'ingiusto a causa dell'avidità, che per natura ogni essere insegue come il proprio bene, quantunque la legge lo costringa con la forza ad onorare l'uguaglianza. E tale possibilità si realizzerebbe al più alto grado, se essi avessero quella risorsa che ebbe un tempo, a quanto si racconta, Gige, l'antenato di Creso re di Lidia. Egli era al servizio, in qualità di pastore, del sovrano che allora regnava in Lidia. Un giorno, durante un violento terremoto accompagnato dal temporale, la terra si spaccò e produsse una fenditura nel luogo in cui egli faceva pascolare il gregge. Gige la vide e scese giù pieno di stupore. Fra le molte meraviglie che scorse c'era, a quanto si narra, un cavallo di bronzo, cavo, con delle aperture. Egli v'infilò il capo e vide là dentro un cadavere di dimensioni sovrumane, assolutamente spoglio ma con un anello d'oro a una mano. Gige se lo mise al dito e uscì. Con tale anello partecipò anch'egli alla consueta riunione dei pastori per dare al re il rendiconto mensile sullo stato del gregge. Ma mentre era seduto con i compagni girò per caso il castone dell'anello verso di sé, all'interno della mano; e così divenne invisibile, e quelli seduti accanto a lui dissero che se n'era andato via. Egli allora, stupefatto, toccò di nuovo l'anello, voltò il castone verso l'esterno e appena l'ebbe voltato ritornò visibile. In considerazione di ciò, Gige ripeté il tentativo, per controllare il potere dell'anello: effettivamente constatò che quando voltava il castone verso l'interno egli diventava invisibile, e ritornava visibile quando lo voltava verso l'esterno. Non appena ebbe compreso ciò, fece in modo di essere incluso fra gli informatori del re. Giunse alla reggia, divenne l'amante della regina e con lei congiurò contro il re, lo uccise e prese il potere.
«Se dunque esistessero due anelli così e l'uno se lo infilasse al dito l'uomo giusto e l'altro l'uomo ingiusto, credo che nessuno sarebbe così costante da persistere nella giustizia e avere il coraggio di astenersi dai beni altrui senza neppure toccarli, malgrado la possibilità di prendere al mercato ciò che volesse, di entrare nelle case e unirsi con chi gli piacesse, e di uccidere qualcuno e liberare qualcun altro a suo arbitrio, e di fare tutto quanto lo rendesse fra gli uomini simile a un dio. Ma comportandosi così non sarebbe affatto diverso dall'altro uomo, anzi percorrerebbero entrambi la medesima strada. E in ciò si potrebbe scorgere una grande prova del fatto che nessuno è giusto di propria volontà, ma solo per forza, non perché ritenga la giustizia vantaggiosa di per sé: infatti ognuno, quando ritiene di poter commettere ingiustizia, la commette. E ognuno crede che l'ingiustizia gli sia molto più utile della giustizia; e ha ragione di crederlo, secondo il difensore di questa tesi. Chi infatti possedesse un simile potere eppure non volesse mai prevalere e nemmeno toccare i beni altrui, parrebbe a chi ne fosse al corrente l'uomo più infelice e più stolto; ma in pubblico lo loderebbero, ingannandosi a vicenda per timore di ricevere un danno. Proprio così stanno le cose![..]

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 13 giu 2019, 16:11

IL PUPAZZO DI STRACCI

di G.G. Marquez

Se per un istante Dio dimenticasse che io sono un pupazzo di stracci
e mi regalasse un poco di vita, forse non direi tutto quello che penso
ma in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per ciò che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più, sapendo che per ogni
minuto che chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce.
Andrei quando gli altri si fermano, starei sveglio quando gli altri dormono.
Ascolterei quando gli altri parlano, e come gusterei un buon gelato di cioccolata!
Se Dio mi concedesse un poco di vita, vestirei leggero, mi appiattirei al sole,
lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima.
Dio mio, se avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio
e aspetterei il sorgere del sole.
Dipingerei sulle stelle una poesia di Benedetti con un sogno di Van Gogh,
e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che dedicherei alla luna.
Annaffierei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle spine
e il bacio incarnato dei petali.
Dio mio, se avessi un poco di vita,
non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo.
Convincerei ogni donna o uomo che sono i miei preferiti e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini dimostrerei quanto si sbagliano a pensare che si smette di innamorarsi
quando si invecchia, senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi.
A un bambino darei ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo.
Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con il dimenticare.
Tante cose ho appreso da voi uomini.
Ho appreso che ognuno vuole vivere in cima alla montagna, senza sapere che
la vera felicità sta nel modo di salire la scarpata.
Ho appreso che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno,
per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene intrappolato per sempre.
Ho appreso che un uomo ha il diritto di guardare un altro dall’alto in basso
soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma alla fine
non potranno servirmi molto perché quando mi riporrete dentro la valigia,
purtroppo io starò morendo.
( G.G.Marquez)

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 13 giu 2019, 19:26

Dalla Dichiarazione Universale Dei Diritti Dell'Uomo(approvata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948)

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in uno spirito di fraternità vicendevole.

Articolo 4


Nessuno potrà essere tenuto in schiavitù né in servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi sono proibiti in tutte le loro forme.

&&&&&&&

La schiavitù era ampiamente accettata nella gran parte delle civiltà antiche, ed era regolata dalle leggi e dalle consuetudini come ogni altra pratica economica. Tra le antiche civiltà, quella romana ha rappresentato il culmine delle società schiaviste, nelle quali il lavoro degli schiavi rappresentava una componente essenziale dell'economia: uno dei più importanti frutti delle guerre di conquista, per i Romani, era l'acquisizione di nuovi schiavi. Anche l'antica Grecia basava gran parte della sua economia sugli schiavi, tanto è vero che ad Atene per lunghi periodi ci sono stati più schiavi che uomini liberi.


&&&&&&&&

LETTERA SUGLI SCHIAVI (di Seneca a Lucilio)


Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione. "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non perché è una consuetudine dettata dalla piú grande superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo. Ma a quegli schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è represso col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti. Così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura. Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della medesima arroganza: "Tanti nemici, quanti schiavi": loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio per ora maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di loro quasi non fossero uomini, ma bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, stando sotto il divano, raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi. Uno scalca volatili costosi; muovendo la mano esperta con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi; poveraccio: vive solo per trinciare il pollame come si conviene; ma è più sventurato chi insegna tutto questo per suo piacere di chi impara per necessità. Un altro, addetto al vino, vestito da donna, lotta con l'età: non può uscire dalla fanciullezza, vi è trattenuto e, pur essendo ormai abile al servizio militare, glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la notte, dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del padrone, e fa da uomo in camera da letto e da servo durante il pranzo. Un altro che ha il còmpito di giudicare i convitati, se ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone dovranno essere chiamate il giorno dopo perché hanno saputo adulare e sono stati intemperanti nel mangiare o nei discorsi. Ci sono poi quelli che si occupano delle provviste: conoscono esattamente i gusti del padrone e sanno di quale vivanda lo stuzzichi il sapore, di quale gli piaccia l'aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni quando è sazio, cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, però non sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra costoro. Ho visto stare davanti alla porta di Callisto il suo ex padrone e mentre gli altri entravano, veniva lasciato fuori proprio lui che gli aveva messo addosso un cartello di vendita e lo aveva presentato tra gli schiavi di scarto. Così quel servo che era stato messo tra i primi dieci in cui il banditore prova la voce, gli rese la pariglia: lo respinse a sua volta e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma Callisto come ha ripagato il suo padrone! Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l'uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu. Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. "Ma io", ribatti, "non ho padrone." Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente di più umiliante, niente di più vergognoso." Io, però potrei sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. E neppure vi rendete conto di come i nostri antenati abbiano voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello; concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. "E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c'è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerà. Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito. "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Perciò codesti schizzinosi non ti devono distogliere dall'essere cordiale con i tuoi servi senza sentirti superbamente superiore: più che temerti, ti rispettino. Qualcuno ora dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che voglio abbattere l'autorità dei padroni, perché ho detto "il padrone lo rispettino più che temerlo". "Proprio così?" chiederanno. "Lo rispettino come i clienti, come le persone che fanno la visita di omaggio?" Chi dice questo, dimentica che non è poco per i padroni quella reverenza che basta a un dio. Se uno è rispettato, è anche amato: l'amore non può mescolarsi al timore. Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce, ci danneggia; ma l'abitudine al piacere induce all'ira: tutto quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera. Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre l'eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma, lamentandosi, cercano l'occasione per fare del male; dicono di essere stati oltraggiati per poter oltraggiare. Non voglio trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene.

&&&&&&&&

Aristotele definisce con molta esattezza la condizione dello schiavo, dicendo che è uno "strumento animato": una specie di macchina che offre il vantaggio di capire e di sapere più o meno eseguire gli ordini, uno strumento che appartiene a un altro uomo: una cosa, di cui un altro è il proprietario.
L'unica garanzia dello schiavo è l'interesse del suo padrone. Al padrone non conviene rovinare il suo strumento. Aristotele osserva a questo proposito: "Dello strumento bisogna avere cura, nella misura in cui è buono al lavoro". Quando, dunque, uno schiavo è un buon strumento di lavoro, conviene nutrirlo a sufficienza, vestirlo meglio, concedergli il necessario riposo, autorizzarlo a crearsi una famiglia, e infine lasciargli intravedere la speranza di quella suprema, rarissima ricompensa che sono l'affrancamento, la libertà. Anche Platone insiste sull'interesse che ha il padrone a trattar bene lo schiavo. Per Platone però lo schiavo è.....soltanto un "bruto"(!), ma bisogna che questo bruto non trovi intollerabile la sua condizione servile (la quale, secondo il filosofo, deriva da un'ineguaglianza che è nella natura stessa delle cose) Dunque è necessario trattare bene il "bruto" a nostro vantaggio, precisa, più che a vantaggio suo". Bel modo di ragionare, non vi pare ?
A. Bonnard
P.S. P.S. Per trovare un filosofo che sosterrà la causa della parità, dell'uguaglianza e del diritto alla libertà di tutti gli uomini, dovremo aspettare l'arrivo di Seneca. Citare anche le ricette di Catone.

&&&&&&&&&

In una commedia di Aristofane, senza dubbio uno degli autori satirici greci più famosi, pungenti, ironici, critici e corrosivi, Prossàgora, una dama di idee molto avanzate, così si esprime: " A mio avviso, conviene porre in comune tutte le sostanze, unificare tutte le fonti di guadagno si che ognuno possa trarne vitto e beneficio. Non voglio che uno possegga quattrini a palate ed un altro viva miseramente, che uno abbia immense proprietà terriere e una folla di schiavi ai suoi ordini ed un altro neppure uno per accompagnarlo. Io, invece, voglio accomunare la vita di tutti, voglio eguali diritti per
tutti". Ma a questa tirata qualcuno obietta: " E chi eseguirà i lavori?", "Gli schiavi !", è la risposta.
E' inutile dire che da questa visione del mondo, egalitaria, libertaria, progressista, civile, democratica e filantropica, hanno tratto grandi insegnamenti i politici ed i galantuomini di tutti i tempi.
C.W. Brown

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 14 giu 2019, 9:05

L’EDUCAZIONE DI UNA VOLTA
Felice Magnani

Ci sono momenti in cui vale la pena staccare e osservare la realtà con uno sguardo diverso: più razionale, più disincantato. Vale davvero la pena lasciare che l’interiorità si riaccenda e che rimetta in moto il meccanismo della ricerca, quello che di solito caratterizza le stagioni più tenere della vita, quelle in cui si vive sull’onda di emozioni, di scoperte quotidiane, di sentimenti che si accendono e si spengono, di quel senso del magico e del misterioso che induce a sognare e poi ancora a sognare.

La società dei consumi, quella dei grandi stravolgimenti urbani, sociali, etici e morali, si è impossessata della nostra unicità, ci tratta come dei subalterni a cui non resta di fare altro che applaudire o disperarsi, ci impedisce di porgere l’orecchio alla voce di quel fanciullino di pascoliana memoria a cui abbiamo tappato la bocca e tarpato le ali. Così facendo abbiamo perso la possibilità di rinnovarci, di vedere il mondo sotto una luce più umana, più carica di speranza nel futuro, ci siamo preclusi la strada di una giovinezza dello spirito, della capacità di rilanciare proprio mentre siamo in difficoltà. In molti casi viviamo come se avessimo subito una sorta di mummificazione, come succedeva nell’antico Egitto.

Viviamo una vita ripetitiva, determinata quasi sempre da input che arrivano dall’esterno e che condannano la natura umana a essere schiava e vittima, invece di aiutarla a essere protagonista, capace quindi di una vita di relazione forte e gioiosa, ricca di utili cambiamenti. Oggi qualcosa di più, rispetto all’ammortamento consumistico corrente, si fa, ma lo si fa in modo poco pensato, per rispondere a una moda, a un impulso, alla monotonia di una vita che perde sistematicamente di valore. Nella maggior parte dei casi l’uomo vive subendo una realtà che non ha eletto, che non ha voluto, che rifiuta, ma che in nome di una sempre più incomprensibile democrazia è costretto a subire.

È un po’ come la storia delle tasse, una spada di Damocle che ti porti dietro dalla nascita alla morte, senza la speranza di uscirne. Le tasse sono una vera e propria condanna, in particolare per quella parte di popolazione che è costretta a pagarle fino in fondo senza sgarrare, mentre per quell’altra parte, quella dei paradisi fiscali, il discorso è molto diverso, perché ha fatto dell’evasione un titolo di merito, il marchio di una furbizia che ha origini lontane e che non abbandona le sue vittime.

Ma che cosa aveva l’educazione di una volta? Forse aveva un volto umano. Di solito nasceva in una famiglia, nell’aia di una corte, attorno a una tavolata natalizia o pasquale. Anche la scuola era diversa. Non avevi mai tempo da perdere. Ogni attimo era scandito da una traduzione di latino, da un tema, da un compito di matematica, da una ricerca storica, geografica o scientifica. Passavi le tue giornate attorno a un tavolo. Frugavi nella piccola biblioteca famigliare o in quella della tua città o del tuo paese alla ricerca di un sapere che accendeva di curiosità il ritmo incalzante delle stagioni. C’era anche il tempo per il gioco, ma si trattava di un tempo studiato, collocato all’interno di una programmazione.

La vita era piena, impegnata, sempre pronta a ringalluzzire la tua curiosità. Dovevi imparare a distribuire il tempo, a renderlo efficace, a non disperdere quel patrimonio di ricchezza interiore che madre natura ti aveva riservato. Ci si incontrava spesso a casa dell’uno o a casa dell’altro per fare i compiti, per ripassare una lezione o anche solo per festeggiare una compleanno o per giocare. C’era sempre qualcosa da fare, da imparare, da costruire, da ascoltare. C’era sempre qualcuno che ti indirizzava, che ti stimolava a vivere con degli obiettivi, perché il tempo era prezioso. E non era assolutamente necessario avere una casa grande o un oratorio bellissimo e con tanti spazi, bastava avere qualcuno in gamba che ti passava una carica di entusiasmo e di passione, che condivideva con te una partita o un discorso interessante, che ti faceva capire che bisognava fare sempre uno sforzo in più per essere davvero contenti.

Certo nessuna società è mai stata perfetta, ognuna aveva le sue pecche, le sue frustrazioni, i suoi rigurgiti di follia, le sue indifferenze e le sue storture, ma l’autorità la trovavi dappertutto, sempre pronta a sfoderare la sua energia, la sua capacità di far rientrare e convergere eventuali fughe in avanti. La scuola stessa era molto attenta alla distribuzione del tempo e del lavoro, era consapevole che più largo era lo spazio del dolce far niente e più si sarebbero innescati gl’intrighi dell’anarchia. Era noto a tutti che i giovani lasciati allo sbando non avrebbero fatto nulla di buono anzi, avrebbero occupato il tempo a combinare guai. L’impegno era attivo su tutti i fronti, sia su quello dello studio sia su quello del lavoro.

C’erano parecchi ragazzi che finiti i compiti aiutavano i genitori oppure si ritagliavano dei piccoli lavoretti. I più fortunati avevano qualcuno che li seguiva nei compiti a casa. C’era chi andava a lezioni private, chi era aiutato in istituzioni pubbliche, chi frequentava la casa dello studente, chi andava all’oratorio, chi andava a casa del maestro o del professore per approfondire.

La famiglia era molto attenta. Anche quelle meno abbienti, quelle meno preparate culturalmente, lo erano nella pratica, quando si trattava di far seguire i loro figli, di non lasciarli soli. L’imperativo era quello di evitare il far niente, di riuscire a dare un senso alla vita quotidiana dei ragazzi, di farli crescere con lo sguardo rivolto alla concretezza, al fare, all’impegno, al presente e al futuro. C’era nella famiglia la consapevolezza che bisognava far fatica e che nulla arrivava per caso, che bisognava metterci tanta buona volontà.

C’era alla base di tutto una convergenza diffusa, un passaparola che diventava autorevole e tutti ne percepivano l’importanza e l’utilità. C’era anche un grande desiderio di far bene, di non fare brutta figura, una sorta di orgoglio naturale che stimolava le persone a dimostrare la capacità di stare al passo con i tempi, di saper affrontare con dignità e coraggio le prove della vita. Nelle famiglie c’era una diffusa attenzione nei confronti delle dinamiche che le caratterizzavano e in queste dinamiche i figli avevano un ruolo fondamentale. Nella maggior parte dei casi ereditavano una sorta di pudicizia e di riservatezza naturali che li mettevano al riparo da situazioni spiacevoli.

Oggi è la trasgressione a diventare motivo di orgoglio e nessuno è più in grado di mettere in campo un ordine educativo collettivo, perché c’è un menefreghismo generale, una protezione generalizzata che impedisce un serio e approfondito esame di coscienza. Il grosso guaio è che cresce una gioventù convinta che le regole siano inutili e che gli adulti abbiano sempre torto.

Viviamo in una società che non sa più distinguere il bene dal male e che non è più capace di indicare con certezza le vie della democrazia educativa. Tutto è opinabile. Tutto è relativo. Tutto può essere convertito, modificato, cambiato. Anche la stessa integrazione non è integrazione, ma posizionamento di diversità che continuano a mantenere una propria forza identitaria. Il mondo non sarà mai abbastanza italiano da condividerne leggi e istituzioni, ma vivrà in appendice una sua esistenza fortemente caratterizzata da varie forme di antagonismo.

È difficile poter fare leva sulle giovani generazioni, che continuano a vivere una sorta di sudditanza. Varie forme di condizionamenti storici, sociali, religiosi impediscono in molti casi una convivenza realmente positiva, capace di creare nuove forme di civiltà. Uno dei più grandi problemi della società di oggi è riconoscersi in un ordine di regole comuni, sentirsi parte di una grande famiglia costituzionale, capace di gestirsi con autorevolezza. L’italianità è un fenomeno decrescente e nel frattempo crescono a dismisura aree frazionate che vivono di vita propria, in molti casi diversa da quella indicata dalla ufficialità istituzionale.

Il fenomeno del ripiegamento sociale contrasta con quelle che sono le linee dello stato nazionale, sempre più incapace di riconoscersi in un tessuto culturale e sociale univoco. Sembra per certi aspetti di ritornare ai vecchi stati nazionali, quando ciascuno viveva a ridosso dell’altro vantando una propria indipendenza, una propria estraneità al processo educativo comune. I rischi in questo senso sono grossi, perché si potrebbe creare una sorta di sopravvivenza individuale, legata a varie forme di struttura istituzionale, non necessariamente vincolata a forme univoche.

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 14 giu 2019, 9:09

"L'EDUCAZZIONE" (Trilussa)

Ce fu una Mosca che me se posò
su un pasticcio de gnocchi, io la cacciai:
ma quella, si! scocciante più che mai,
fece un giretto ar sole e ritornò.
“Sciò!” je strillavo, “sciò!...
ché, se t’acchiappo, guai!
Se fussi una farfalla, embé, pazzienza,
Ché armeno, quelle, vanno su le rose:
ma tu che te la fai
su certe brutte cose, è ‘na schifenza!...”

La Mosca me rispose: “Avrai raggione,
ma la corpa è un po’ tua che da principio
nun m’hai saputo da’ l’educazzione.

La trovo giusto che me cacci via
se vado su la robba che te piace,
ma nun me spiego che me lasci in pace
quanno me poso su la porcheria!”

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