spigolando spigolando

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 30 nov 2019, 10:44

I BENI DELLA VITA SON DONO DELLA PAZZIA

Erasmo da Rotterdam
da Elogio della pazzia


(..) lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l’asta di Pallade dal padre possente, né l’egida di Giove adunatore di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli Dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l’Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento tutti gli Dèi, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli Dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille volte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l’insegna della sapienza (comune, a dir il vero, con i caproni), certamente il suo sussiego. Dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero diventare padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.

E perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più esplicita, secondo il mio costume? È forse con la testa, col volto, col cuore, con la mano, con l’orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere. Quello è il sacro fonte a cui tutto attinge la vita, quello e non la tetrade pitagorica. E, ditemi, quale uomo vorrebbe porgere il collo al capestro del matrimonio se prima, secondo la consuetudine di codesti saggi, ne considerasse gli svantaggi? Quale donna accosterebbe un uomo, se conoscesse e avesse in mente i pericolosi travagli del parto, e i fastidi di allevare i figli? Perciò se dovete la vita al matrimonio, e il matrimonio ad Anoia del mio seguito, comprenderete quello che dovete a me. D’altra parte quale donna dopo la prima esperienza vorrebbe riprovarci, se non ci fosse ad assisterla la presenza di Letes? Venere medesima, protesti pure Lucrezio, non negherebbe mai che senza l’aiuto della mia divinità la sua forza sarebbe insufficiente e inutile. Perciò è da quella nostra ebbrezza giocosa che sono nati i filosofi severi, a cui ora sono subentrati quelli che il volgo chiama monaci, e i re ammantati di porpora, i pii sacerdoti, i pontefici, tre volte santissimi. E infine anche tutto quel consesso degli Dèi dei poeti, così affollato che a stento può contenerlo l’Olimpo, pur vasto che sia.

Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita, se non dimostrassi che quanto vi è di buono nella vita è anch’esso un mio dono. E che cos’è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita? Avete applaudito! Lo sapevo bene, io, che nessuno di voi era così saggio, anzi così folle - no, è meglio dire saggio, da non andare d’accordo con me. Del resto neppure questi stoici disprezzano il piacere, anche se dissimulano con cura e se, di fronte alla gente, rovesciano sul piacere ingiurie sanguinose; in realtà solo per distogliere gli altri e goderne di più, loro stessi. Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno".(..)

Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 30 nov 2019, 11:14

CHE BELLI TEMPI!

Trilussa


Che belli tempi! — disse sospiranno —
Eh! queli tempi, caro signorino,
Nun torneranno più, nun torneranno!
Pe' via ch'allora la bandiera nostra
Nun era carcolata come adesso
A una pezza attaccata in un bastone
Ch'è car'e grazzia se je vanno appresso
Ne la dimostrazzione!
Pe' nojantri era tutto: era la fede,
Era l'amore, l'anima, la vita,
Co' la speranza de potella vede
Sventolà ar sole su l'Italia unita!
L'Italia! Solamente a 'sta parola
Er sangue ce bolliva ne le vene,
Er core ce zompava ne la gola!
E che strazzi, che tribboli, che pene
Che sapemio soffrì pe' 'st'ideale,
Senza fa' tante scene
Co' le sottoscrizzioni sur giornale!
Ché puro allora se viveva male,
Ma, per lo meno, se moriva bene!

Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 1 dic 2019, 20:29

L'ILLUMINISMO

GLI ILLUMINISTI






JEAN JACQUES ROUSSEAU



Rapporti con l’Illuminismo


Rousseau, al contrario degli illuministi, sostiene che l’essenza dell’individuo non sta nella ragione, bensì nel sentimento. La ragione è incapace di risolvere i problemi più gravi della natura umana. Il sentimento, invece, è il criterio del vero e del falso e il fondamento di ogni valore umano. E’ un impulso spontaneo che rende l’uomo naturalmente buono. I mali che affliggono l’umanità (gli egoismi, le passioni, la miseria, le prepotenze) derivano dalla degenerazione che l’uomo ha subito allontanandosi dal sentimento originario, ossia lo stato di natura, per dar luogo alla società civile. L’uomo che viveva allo stato di natura era buono; l’uomo che vive in società è egoista, vanitoso, vuole dominare sugli altri. La vita sociale non ha migliorato gli uomini: la scienza, le arti, il progresso, l’incivilimento hanno diviso gli uomini in ricchi e poveri, forti e deboli, padroni e schiavi; hanno fatto dimenticare agli uomini la loro vera natura e sono la causa della disuguaglianza civile, da cui nascono tutti i mali.


Ritorno allo stato di natura

L’uomo deve ritornare allo stato originario, lo stato naturale, ossia alla spontaneità naturale. Naturalmente non è possibile riportare l’uomo allo stato originario reintegrandolo nella sua umanità primitiva o ricostruendo la condizione primitiva della preistoria: occorre invece creare una umanità nuova e instaurare la natura nella società, liberando la società da quanto vi è in essa di artificioso, per salvare ciò che in essa vi è di positivo. In tal modo si restituisce all’uomo che vive in società quella dignità che il materialismo della civiltà tende a soffocare, costruendo una società finalmente giusta, nata da un nuovo patto fra gli uomini. Questo nuovo stato di natura è una società che non annulla, bensì potenzia la nostra libertà.


Il Contratto sociale


L’uomo, nato libero, è ovunque in catene. Rousseau cerca di individuare i princìpi che garantiscono a tutti gli uomini l’uguaglianza politica ed economica, da cui deriva l’uguaglianza sociale. Per ritornare allo stato di natura gli uomini devono stabilire un contratto sociale, con cui cedono i loro diritti alla comunità. Dalla volontà individuale si passa alla volontà generale: gli individui rinunciano alle proprie prerogative ma non alla propria libertà. Nasce la volontà generale, ossia la volontà congiunta del popolo e della maggioranza, che deve essere espressa in maniera da superare gli egoismi individuali per far prevalere l’interesse generale.



Con la sovranità popolare basata sul libero consenso popolare l’individuo singolo è legislatore e suddito; essa emana leggi per realizzare il bene comune, basandosi sul reciproco rispetto della libertà individuale. La società deve garantire la persona del cittadino e i suoi beni, in modo che gli individui, unendosi agli altri, continuino ad ubbidire a se stessi. Le leggi sono l’espressione della volontà generale e devono avere una forza coercitiva: i singoli cittadini si assoggettano ad esse in quanto sono consapevoli di ubbidire alla propria ragione. Il potere esecutivo spetta alla comunità.

La sovranità popolare è inalienabile: di essa solo il popolo è depositario. Ogni potere governativo (monarchia, aristocrazia o democrazia) è un potere delegato temporaneamente dal popolo, che resta sempre sovrano. Il governo, il parlamento e la magistratura sono forme di servizio sociale sotto l’unica sovranità del popolo. Ai principi rousseauiani si ispirarono i riformatori della rivoluzione francese.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 6 dic 2019, 23:46

Misurare le parole


Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione. Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.
Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «negri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo. Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.
Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella. Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.
E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

G.Cosenza

Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 8 dic 2019, 18:35

Adamo e la Pecora

Trilussa

Adamo, che fu er primo propotente,
disse a la Pecorella: - Me darai
la lana bianca e morbida che fai
perché la lana serve tutta a me.
Bisogna che me vesta...Dico bene?...-
La Pecorella je rispose: - Bee...-

E l'Omo se vestì. Doppo tre mesi
la Pecorella partorì tre agnelli.
Adamo je se prese puro quelli
e je tajò la gola a tutt'e tre.
Questi qui me li magno...Faccio bene?...
La Pecorella je rispose: - Bee...-

La bestia s'invecchiò. Doppo quattr'anni
rimase senza latte e senza lana.
Allora Adamo disse: - In settimana
bisognerà che scanni pur'a te;
oramai t'ho sfruttata...Faccio bene?...-
La Pecorella je rispose: - Bee...

Brava! - je strillò l'Omo. - Tu sei nata
cór sentimento de la disciplina:
come tutta la massa pecorina
conoschi er tu' dovere e dichi: bee...
Ma se per caso nun t'annasse bene,
eh, allora, fija, poveretta te!

Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 9 dic 2019, 16:56

Stato, Nazione, Patria, i simboli dell’unità d’Italia
Una rapida carrellata storica su questi concetti



Vorrei iniziare l’argomento che mi è stato assegnato con questo bellissimo giudizio dello storico Franco Valsecchi che cerco di ripetere a memoria: ”Che cosa è stato il cammino verso la costruzione dello Stato italiano ? non un facile idillio come la tradizione celebrativa lo ha presentato nel passato, ma il dramma di un popolo che cerca la sua strada, che cerca faticosamente di conquistare se stesso, il dramma cioè del nostro travagliato sorgere a nazione con le sue luci, le sue ombre, le sue colpe, i suoi errori, i sui tormenti e i suoi vizi, ma da tutto questo trae la sua grandezza storica e umana”. E credo che anche oggi questo giudizio in clima di contestazioni e revisionismi mantenga intatta la sua verità. Da dove vogliamo cominciare a ripercorrere questo cammino?

Partiamo dal concetto di Stato e scomponiamolo nei suoi elementi fondamentali il territorio, il popolo e la sovranità cioè il potere di comando su quel popolo e quel territorio.

Indubbiamente la risposta che di volta in volta storicamente è stata data al problema dell’origine del potere ha influito sugli altri due elementi popolo e territorio.

In ogni caso teniamo presente che lo Stato, ogni Stato, è il risultato di un’evoluzione storica e che la forma politica e organizzativa di uno Stato cambia con il cambiare delle condizioni economiche sociali e culturali interne ed esterne del paese di cui si tratta...


Comunque l’esistenza di uno Stato che garantisca protezione, pace sociale, e bene comune è una necessità ineludibile, dice il filosofo Emanuele Kant nell’opera “La pace perpetua” che finanche i diavoli se fossero intelligenti si organizzerebbero a Stato. Cerchiamo allora di vedere a proposito dell’Italia quando succederà che il concetto di Stato coincida con quello di nazione e di Patria e che insomma questi concetti si coniugheranno insieme. Come ha detto il Presidente Giorgio Napolitano, in Parlamento, il 17 marzo nel suo discorso commemorativo dei 150 anni dell’unità d’Italia, solo questa condizione di un forte cemento unitario, se si veriFichterà, permetterà al nostro paese di affrontare, senza spezzarsi, le sfide del XXI secolo. Ma quando ciò avverrà egli ha aggiunto di non saperlo. Per chiarezza didattica cercherò io ora di delineare questi concetti nel loro farsi storico.

Il Medio Evo dell’Italia

L’Italia, parte privilegiata dell’Impero romano d’Occidente, alla caduta di questo, nel 476, era passata sotto la giurisdizione di quello d’Oriente ed aveva mantenuto la sua integrità territoriale e politica fino alla invasione dei longobardi nel 568. Furono essi i nemici più accaniti di Roma tanto che si sforzarono di imporre ai vinti i loro costumi. Inoltre non essendo stati capaci di conquistare tutta la penisola, ne spezzettarono il territorio, lasciando le regioni costiere ai bizantini e dividendosi quello conquistato in tanti ducati indipendenti; ben presto il papa si costituì uno Stato nell’Italia centrale, gli arabi si impossessarono della Sicilia e molte città si resero indipendenti. Ogni regione ebbe governi, leggi, costumi e interessi differenti e opposti, le popolazioni non si considerarono parti integranti di una stessa realtà.

Fino ad allora, come abbiamo detto, l’Italia aveva conservato quell’unità che la conquista e le leggi romane avevano creato, infatti i precedenti barbari che si erano stabiliti in Italia (visigoti, eruli, vandali, ostrogoti) avevano accolto la civiltà romana e avevano anche sollecitato un riconoscimento da parte dell’impero romano. Nasce ora invece una forma di organizzazione tutta diversa da quella passata, nasce quel particolarismo, quella tendenza al frazionamento del potere pubblico che sarà rovinoso per la storia futura dell’Italia. Si verifica in quei secoli il fenomeno dell’incastellamento cioè dell’innalzamento ovunque di castelli, torri, fortezze che sono qualcosa di più di un sistema difensivo, sono l’immagine simbolica di un potere che tende all’autonomia ma più spesso all’anarchia, caratteristica della società feudale.

In essa alla disgregazione di un’autorità centrale corrisponderà uno sviluppo molto ampio di legami di dipendenza personale da uomo a uomo, cioè di rapporti feudo vassallatici, destinati a degenerare in uno stato continuo di ribellione. La società che ne risulta è di tipo gerarchico e la nozione di diritto è sostituita da quella di privilegio.


Nell’Alto Medioevo c’è un solo tentativo di costituire un sistema di governo comprensivo di realtà diverse, è quello messo in atto dal Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno nell’anno 800, che si sente erede dell’idea universalistica romana e cristiana, successivamente l’impero si restringe alla sola Italia e Germania ma continuerà ad essere insieme con la Chiesa la sola fonte legittima del potere.
J

Pensiamo al nostro Dante che pur avendo ben chiara l’idea dell’unità culturale linguistica dell’Italia e anche quella dei suoi confini geografici, (ricordiamo i famosi versi del : “sì come a Pola, presso del Carnaro/ch’Italia chiude e suoi termini bagna) la considera non un’entità a sé stante ma una parte dell’impero, anzi il giardino dell’impero, un impero concepito come uno Stato, oggi diremmo federale, risultante dall’unione di città libere, comuni regni, tutti però subordinati all’arbitrato dell’imperatore che si pone come il garante supremo della giustizia e custode della legge, il delegato di Dio sulla terra, seconda la dottrina agostiniana del “De civitate Dei” Di qui i suoi richiami agli imperatori germanici dimentichi della loro missione e responsabili dell’anarchia in cui hanno lasciato l’Italia ridotta da “donna di province ad un bordello”.

Intanto fuori d’Italia si stanno affermando le monarchie nazionali di Francia Spagna Inghilterra o meglio territoriali, perchè ancora il popolo di quegli Stati non ha coscienza di essere nazione. Nella confusione tra pubblico e privato vige la concezione patrimonialistica, i territori sono dote personale dei sovrani e i confini si ampliano o si riducono, grazie o a causa dei matrimoni e delle guerre, gli eserciti sono mercenari, la politica non è cosa che riguardi i sudditi. L’allergia ad ogni forma di potere soprannazionale si manifesta bene nel principio che questi Stati rivendicano “ciascun re è imperatore nel proprio Stato ".

Nasce così lo Stato moderno assoluto, che ha la sua base nella borghesia produttiva e cerca di affermarsi sulla classe aristocratica spesso ribelle, riconducendola al rispetto dell’autorità del sovrano e della legge Il sovrano si sente fonte della legge ma lui stesso sciolto dalla legge, assolutismo. La legittimazione deriva però sempre da un fondamento religioso, i re sono delegati della Provvidenza a governare i popoli.

identità culturale e artistica e le “libertà d’Italia”

In Italia questo processo non avviene, permane la divisione in tanti Stati, comuni, città spesso in lotta fra di loro. Negli ambienti colti in Italia questo non è avvertito come un pericolo anzi orgogliosamente si parla del policentrismo italiano come delle libertà d’Italia in contrapposizione al fenomeno di accentramento e di livellamento che si va realizzando negli altri paesi.

Solo il fiorentino Niccolò Machiavelli avverte il pericolo che quel sistema di Stati fondato su una pace di equilibrio è fragile e l’Italia è esposta a perdere la sua indipendenza non appena gli Stati d’Oltralpe rivolgeranno ad essa i loro appetiti. Cosa che puntualmente non tardò a verificarsi nel 1494 con la discesa di Carlo VIII, e poi di Luigi XII, e successivamente dell’imperatore CarloV. L’Italia infatti per gli stranieri appariva, dalla caduta dell’impero romano in poi, come un paese ricco, dove c’era una grande fioritura di opere d’arte e di città bellissime, insomma una terra di preda e di conquiste. Il guaio fu che gli italiani, che pure erano arrivati ad essere consapevoli della loro specificità nel campo delle lettere, delle arti, dei commerci, dal punto di vista politico non avevano raggiunto la loro identità di popolo e si sentivano di appartenere ad ambiti più ristretti, come la città o la regione, o più vasti come la Chiesa o l’impero e questo impedì loro, in quella situazione, di sentirsi fratelli e di fare fronte comune.

Ricordiamo l’appassionato disperato appello rivolto dal Machiavelli ad un principe italiano nel cap.XXVI del Principe affinché voglia mettersi alla testa dell’impresa. di unificare la penisola e trasformarla in uno Stato moderno capace di ricacciare o di resistere alle invasioni straniere.

Non si deve lasciar passare questa occasione acciocché l’Italia dopo tanto tempo veda un suo redentore…. Quali porte si serrerebbero? Quali popoli gli negherebbero l’obbedienza quale invidia gli si opporrebbe? Quali popoli gli negherebbero l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli dunque la illustre Casa vostra (quella dei Medici) questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese giuste, acciocché sotto la sua insegna questa patria ne sia nobilitata e sotto i suoi auspici si verifichi quel detto del Petrarca : “Virtù contro furore / prenderà l’arme , e fia il combatter corto/ che l’antico valor negli italici cuor non ancor morto”.Ma Machiavelli nel suo tempo restò un isolato, la sua profezia doveva impiegare ben tre secoli per realizzarsi, nel frattempo l’Italia dovette imparare, sotto il dominio della Spagna e dell’Austria,. le amare arti della sopravvivenza e cioè corruzione, adulazione e compromissione, vizi che hanno inquinato il carattere morale degli italiani.

Il lungo percorso risorgimentale.

Il salto qualitativo, il primo albore di un risveglio morale e identitario fu rappresentato dal diffondersi in Italia delle idee prima dell’Illuminismo inglese e francese poi di quelle del Romanticismo tedesco.

In quelle idee cosa stava cambiando nel rapporto del popolo con lo Stato? il filosofo inglese Locke nel suo saggio “Il governo civile” del 1690 aveva trasposto quello che era avvenuto in Inghilterra con la rivoluzione puritana del Cronwell e poi con la seconda rivoluzione: il rovesciamento del concetto di sovranità fino ad allora comunemente accettato, una vera e propria rivoluzione copernicana nel senso che la fonte legittima del potere era trasferita dal sovrano al Parlamento cioè ai rappresentanti legittimi del popolo.

Questo il senso della dichiarazione dei diritti del 1689 in cui i Lords e i Comuni stabiliscono che Guglielmo d’Orange e sua moglie, la protestante Maria Stuart, sono re e regina d’Inghilterra e pongono dei limiti al loro potere.

Importante nel filosofo inglese l’affermazione dell’esistenza di una legge di natura che è rivendicazione dei diritti umani innati e irrevocabili di oggi individuo( vita, libertà, proprietà). Questi si pongono quindi come limiti invalicabili all’autorità dei governi e della società.

Ancora più trascinante in Italia fu l’esempio della rivoluzione francese e delle idee filosofiche di Montesquieu che la precedettero e che si trovano icasticamente espresse nell’articolo16 della Dichiarazione dell’uomo e del cittadino del 1789.

“Ogni società in cui la garanzia dei cittadini non è assicurata, né la separazione dei poteri fissata non ha una Costituzione“Ecco qui espressi i limiti invalicabili del potere dei governi e degli Stati, la separazione dei poteri( legislativo, giudiziario, esecutivo) per non ricadere nell’assolutismo monarchico, e i diritti inviolabili dei cittadini.

I primi moti in Italia del 1820-21, ma anche quelli del 1848, ricordiamo, sono moti all’insegna delle Costituzioni, cioè della richiesta di garanzie per i cittadini da parte degli Stati dispotici dell’epoca.

Non a caso molti dei cospiratori carbonari sono ufficiali che avevano militato negli eserciti di Napoleone o di Gioacchino Murat e non dimentichiamo l’ispirazione giacobina della rivoluzione napoletana del 1799, soffocata con migliaia di morti e secoli di galera per i sopravvissuti, che è stata il primo segnale del lungo percorso risorgimentale sulla strada della libertà, dell’unità e dell’indipendenza. Quindi la nostra identità non è riducibile ad un fatto territoriale annessionistico perchè si è inserita nel grande movimento liberale che attraversava l’Europa ed è stata un cammino verso la libertà e cioè la modernità, la tolleranza, l’apertura dei ghetti, lo Stato laico e la fine dell’alleanza trono e altare.


L’idea di nazione e la religione della Patria.


Il nostro maggior poeta tragico Vittorio Alfieri insofferente del potere tirannico che infestava l’Italia, in questo motto condensa quella che dovrebbe essere la rivoluzione italiana – il motto è ripreso da un giornale di Milano nel 1848 “Il Repubblicano”: Leggi e non re, l’Italia c’è . Precedentemente egli aveva detto: “Il mio nome è Vittorio Alfieri, il luogo dove sono nato l’Italia, nessuna terra mi è patria.”

Perché la patria deve essere la terra della libertà, e se questa libertà non c’è bisogna battersi per conquistarla. Non può valere per il nostro poeta l’affermazione di Voltaire, che nel suo cosmopolitismo aveva affermato “Ognuno è libero di scegliersi la patria che vuole”. Un buon campo, una casa solida, un paese retto da buone leggi non possono esprimere la realtà della patria e la patria non si può identificare solo con il luogo natio - era quella l’epoca in cui si discuteva sulla distinzione tra patria e luogo natio -. Alfieri per questo si autoesiliò dal Piemonte perchè la sua patria non poteva essere che l’Italia, una identità culturale che non era ancora comunità politica ma che bisognava lottare perché lo diventasse “quell’Italia virtuosa, magnanima, libera ed una” ereditata dalla classicità.

Con Alfieri siamo già nel clima del romanticismo che insieme con la rivoluzione francese ha contribuito a diffondere in Europa l’idea della nazione, dello Stato - nazione e della Patria.

Sarà un filosofo tedesco G. Herder (Idee per una filosofia della storia dell’umanità) a teorizzare per i tedeschi, anche loro privi di un’identità politica, costretti a coesistere con altre nazionalità nel territorio dell’ex Sacro Romano Impero, l’Impero Asburgico, il nuovo concetto di nazione.

Le nazioni, egli dice, esistono in natura, sono entità distinte da caratteri loro propri, che sono il sangue il territorio, le tradizioni, la lingua. e ciò in contrapposizione al livellamento che aveva operato l’illuminismo. Fondendo insieme la concezione biologica con quella teologica trascendentale, l’umanità viene concepita da Herder a somiglianza di un albero con tanti rami, ognuno di questi è un popolo, egli arriva così a teorizzare lo sviluppo come legge della storia che ha come meta la realizzazione dell’umanità cioè del progresso. Ogni popolo in questo piano provvidenziale voluto da Dio ha un destino o una missione da compiere. Naturalmente come nel seme della pianta c’è già tutto il suo sviluppo futuro, quanto più il popolo si mantiene fedele ai suoi caratteri originari, tanto migliore sarà il suo contributo.

Trasferendo questa idea sul piano politico, nasce il concetto tipicamente romantico dello Stato nazione, che afferma il diritto di ogni comunità, che si riconosca in una identità storica, linguistica, culturale di costituirsi in Stato indipendente, e quindi di rifiutare governi stranieri.

Questa idea della nazione sarà alla base del nostro e degli altri Risorgimenti europei. Il popolo in questa concezione si identifica con la nazione, con la leva obbligatoria esso diventa l’esercito in armi a difesa della Patria. Pensiamo alla Marsigliese, l’inno nazionale della Francia Repubblicana che nasce quando la nazione si vede assediata dagli eserciti stranieri della prima coalizione. _ In questo periodo infatti comincia ad usarsi l’espressione frontiere naturali per affermare il principio che esse sono invalicabili e immutabili e messe lì a separare i popoli, questo anche per giustificare il potere di un governo su un determinato territorio.

Anche la vita dell’individuo acquista senso nella prospettiva della nazione, è questa ad assicurarne la sopravvivenza e la continuità ideale sentita come una sorta di divinità civile. Nell’epoca risorgimentale torna l’idea che avevano gli antichi “dolce e bello é morire per la patria”. Il prototipo dell’eroe diventa Ettore, il perdente, a cui il poeta Ugo Foscolo promette onore di pianti ”ove fia santo e lacrimato il sangue per la patria versato e finché il sole splenderà sulle sciagure umane”. Non ci spiegheremmo altrimenti quel grido di Viva l’Italia con cui sono morti tanti italiani rimasti ignoti nel Risorgimento, nella prima guerra mondiale e durante la Resistenza nella seconda guerra mondiale. Nel carcere nazista di via Tasso a Roma, su una parete della cella di segregazione al secondo piano, si trova graffita questa frase: ”Chi cade per la Patria vivrà in eterno”.


Nazione e nazionalismo due genesi diverse

C’è però a questo punto da fare un distinguo: come giustamente ha rilevato lo storico Gaetano Salvemini (in Scritti sul Risorgimento, Feltrinelli, Milano, 1961) dell’idea di nazione ci sono state due interpretazioni diverse, una di matrice più illuminista, che non vede conflitto tra lo Stato-nazione e il riconoscimento di valori universali, e quindi è inclusiva e tende ad identificarsi con la comunità dei cittadini; l’altra di matrice più romantico tedesca, risalente all’opera ”Lo Stato commerciale chiuso” del filosofo Amedeo Fichte, che ipotizza comunità politiche chiuse e distinte, potenzialmente ostili le une alle altre e quindi con l’implicita legittimazione della guerra ”quel che è male per l’individuo diviene santo se è compiuto dallo Stato.” La prima idea di nazione si coniuga con i regimi liberali democratici, con gli Stati costituzionali del novecento, la seconda ipotizza maggiormente un governo autoritario in grado di imporre ai cittadini quell’indirizzo di governo che si ritenga necessario.


Qual è l’idea di nazione che ha presieduto al nostro Risorgimento? Indubbiamente la prima che è stata quella di Giuseppe Mazzini, in cui è espressa l’idea di fratellanza universale e in cui non c’è traccia di quel sacro egoismo che sarà la base dello Stato etnocentrico della seconda metà dell’800, laddove l’idea di missione si trasforma in primato, e viene meno quella dell’uguaglianza delle nazioni.. In Europa l’italiano Giuseppe Mazzini è il più tipico ed alto rappresentante di quella corrente di pensiero che tende a salvaguardare in pari tempo il principio dell’uguaglianza, i diritti dell’Europa e quelli della nazione. Anzi la formazione della nazione è strumentale alla formazione dell’Europa, degli Stati Uniti d’Europa e alla costruzione della pace, secondo la sua ispirazione fortemente etica e di matrice spiritualistica e kantiana. La condizione necessaria del progresso dell’umanità, secondo Mazzini, è che i popoli diventino nazioni libere e sorelle, unite nella diversità.. Stessa risonanza l’idea di nazione e di umanità avrà in Garibaldi.

Giuseppe Garibaldi non è da scambiarsi per un militarista, un guerrafondaio, un soldato di ventura, un corsaro, come è stato definito anche recentemente dai suoi detrattori, non amava affatto la guerra che considerava un rimedio solo a mali estremi e considerava legittima solo quella lotta fatta per conquistare la libertà. Nel 1860, dopo lo straordinario successo della spedizione dei Mille e la fulminante vittoria del Volturno contro i borbonici, Garibaldi pubblica il 22 ottobre sul giornale ”Il Diritto” un memorandum alle potenze di Europa in cui prefigura la formazione di un unico Stato europeo (era l’idea di Giuseppe Mazzini) e la conseguente smobilitazione degli eserciti e delle flotte di guerra. La guerra doveva essere resa impossibile dalla istituzione di un Congresso mondiale che avrebbe dovuto giudicare delle controversie tra le nazioni. Gli immensi capitali impiegati negli armamenti sarebbero divenuti disponibili per le opere pubbliche e le spese sociali. E questo è il programma di un costruttore di pace non di un militarista nazionalista.


Ancor più chiara e concreta nelle sue pratiche realizzazioni appare l’idea federalista ed europeista nell’italiano Carlo Cattaneo che parla di Stati Uniti di Europa, a somiglianza degli Stati Uniti d’America, che non devono essere fondati solo sulla base del sentimento di fraternità, di buona volontà e di collaborazione ma su quella di un vincolo politico di carattere federale. Importante la sua insistenza sul concetto di libertà non solo politica ma sociale ed economica: ”l’Italia non è serva degli stranieri ma dei suoi”. La questione fondamentale non è tanto quella militare ma quella di rovesciare l’antica classe dirigente e dare vita ad una forma di democrazia decentrata e partecipata. Se questo era il programma dei democratici, dobbiamo concludere che la fondazione della nuova Italia non si ha compiutamente nel 1861, in quanto il popolo all’epoca non è ancora riconosciuto come la fonte esclusiva del potere e si ricorre ad un compromesso - infatti nell’intitolazione si dice che Vittorio Emanuele è Re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione - la nuova Italia si ha veramente soltanto con la Costituzione democratica repubblicana del 1948, in cui finalmente, dopo la parentesi della dittatura fascista, l’art. 1 afferma che la sovranità è nel popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.


Il superamento del concetto di Stato-nazione


Ma che ne fu nell’800 dell’idea di Europa? Dopo il 1870 a seguito della situazione prodottasi con la guerra franco-prussiana, la nascita dello Stato tedesco e l’umiliazione della Francia, l’idea di Europa è abbandonata. Il concetto di nazione perde sempre più i suoi caratteri spirituali volontaristici ed accentua quelli naturali positivisti fondati sugli elementi della lingua, della geografia, del sangue e della stirpe. Non riconoscendosi al di sopra della nazione nessuna autorità soprannazionale né principio etico universale, si afferma, su basi pseudo-scientifiche e trasferito sul piano storico, il principio darvinista della selezione naturale cioè del diritto del più forte a dominare o addirittura a eliminare gli altri.

Sull’angustia di questo concetto di nazione ci hanno fatto riflettere le terribili lezioni della storia del 900, gli immani massacri delle due guerre mondiali e la tragedia della Shoah, ora sembra che i tempi siano maturi per costruire un efficace antidoto al concetto di Stato-nazione del passato e per cercarenuove vie per far stare insieme i popoli d’Europa e speriamo del mondo.

Ciò non significherà ripudiare il sentimento di attaccamento al proprio paese ma depurarlo di quel carattere egoistico rivelatosi così nefasto. Insomma recuperare quel principio così nitidamente enunciato due secoli fa da Silvio Pellico ”L’amore del luogo natio è egregio ma non deve vietare l’amore dell’Umanità, l’amore dell’Umanità è egregio ma non deve vietare l’amore del luogo natio.”Oppure il motto caro a Mazzini”Libertà, Uguaglianza e Umanità” ma ricordando che loro, nel proporre ciò, non avevano avuto bisogno come noi di due guerre mondiali.

Per concludere vorrei citare il pensiero di un filosofo Remo Cantoni che io profondamente condivido :

”se i concetti di Stato nazione sono indubbiamente costruzioni culturali, la patria non è soltanto una definizione logica o culturale, è soprattutto una intuizione che include infinite radici in cui è organicamente storicamente connesso l’individuo. Anche se ci si illude di negarla, la patria è la realtà biologica da cui emergiamo e che non possiamo sconfessare senza recidere una parte viva e organica di noi stessi. L’immagine della patria madre non è affatto retorica e corrisponde ad una precisa realtà di fatto. Tuttavia come nel caso dell’amore familiare, l’amore patriottico non deve diventare cieco e zoologico: l’uomo non è soltanto tutto nella famiglia né è tutto soltanto nella patria. Se la propria famiglia si rende indegna moralmente, ognuno pur soffrendo ha il diritto e spesso il dovere di criticarla e anche di scindere da essa la propria sorte personale…Non posso per amore di patria diventare iniquo, farmi aguzzino e persecutore di altri uomini. La solidarietà spinta a questo punto diventa fanatismo nazionalista e razzista… Non abbiamo solo doveri verso noi stessi o doveri verso la famiglia o doveri verso la Patria. Esistono quelli che vengono chiamati doveri verso l’umanità.”( R. Cantoni, La vita quotidiana, il Saggiatore, Mondatori, 1955, Milano, pp.397-99)


Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 9 dic 2019, 18:12


La cornacchia libberale


Trilussa


Una cornacchia nera come un tizzo,
nata e cresciuta drento 'na chiesola,
siccome je pijo lo schiribbizzo1
de fa' la libberale e d'uscì sola,
s'infarinò le penne e scappò via
dar finestrino de la sacrestia.

Ammalappena se trovò per aria
coll'ale aperte in faccia a la natura,
sentì quant'era bella e necessaria
la vera libbertà senza tintura:
l'intese così bene che je venne
come un rimorso e se sgrullò2 le penne.

Naturarmente, doppo la sgrullata,
metà de la farina se n''agnede,
ma la metà rimase appiccicata
come una prova de la malafede.
- Oh! - disse allora - mo' l'ho fatta bella!
So' bianca e nera come un purcinella...

- E se resti così farai furore:
- je disse un Merlo - forse te diranno
che sei l'ucello d'un conservatore,
ma nun te crede che te faccia danno:
la mezza tinta adesso va de moda
puro fra l'animali senza coda.

Oggi che la coscenza nazzionale
s'adatta a le finzioni de la vita,
oggi ch'er prete è mezzo libberale
e er libberale è mezzo gesuita,
se resti mezza bianca e mezza nera
vedrai che t'assicuri la cariera.

Avatar utente
grazia
Messaggi: 444
Iscritto il: 10 giu 2019, 7:53

Re: spigolando spigolando

Messaggio da leggere da grazia » 12 dic 2019, 11:03

ERASMO DA ROTTERDEM - ELOGIO DELLA FOLLIA


(..)Quanto si è detto dell’amicizia a maggior ragione vale per il matrimonio, che altro non è se non un legame per la vita tra singoli individui. Dio immortale, quanti divorzi, o fatti anche peggiori dei divorzi, non si avrebbero dappertutto, se la domestica convivenza del marito con la moglie non si rafforzasse nutrendosi di adulazioni, di scherzi, d’indulgenza, di errori, di dissimulazioni, tutte cose che appartengono al mio seguito. Quanto matrimoni ci sarebbero, se il fidanzato saggiamente s’informasse dei passatempi a cui già molto prima delle nozze si dedicava la sua verginella così delicata e pudica in apparenza. E, a celebrazione avvenuta, quanti ne durerebbero, se tante imprese delle mogli non rimanessero ignorate per la negligenza e la sciocchezza dei mariti! E anche questo, a buon diritto, è da attribuirsi alla Follia, a cui si deve se il marito ama la moglie e la moglie il marito, se in casa regna la pace, se il vincolo dura.

Si ride del cornuto, del cervo (e quanti altri nomi non gli si danno!), quando asciuga con i baci le lacrime dell’adultera. Ma quanto meglio lasciarsi ingannare così che rodersi di gelosia e volgere tutto in tragedia!

Insomma, senza di me nessuna società, nessun legame potrebbe durare felicemente. Il popolo si stancherebbe del principe, il servo del padrone, la serva della padrona, il maestro dello scolaro, l’amico dell’amico, la moglie del marito, il locatore del locatario, il compagno del compagno, l’ospite dell’ospite, se volta a volta non s’ingannassero a vicenda, ora adulandosi, ora facendo saggiamente finta di non vedere, ora lusingandosi col miele della Follia. So che queste vi sembrano enormità; ma ne sentirete di più belle.

Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno? chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d’accordo con altri? potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro? Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa. Pertanto, se non ci fossi più io, lungi dal sopportare il prossimo, ognuno, inviso a se stesso, proverebbe disgusto di sé e delle sue cose. La Natura, infatti, in molte cose matrigna piuttosto che madre, ha posto nell’animo dei mortali, soprattutto se appena più intelligenti, il seme di questo male: scontento di sé e ammirazione per gli altri. Di qui il venire meno e l’estinguersi di tutte quelle squisite doti che sono il profumo della vita. A che giova infatti la bellezza, il massimo dono degli Dèi immortali, se deve esser lasciata sfiorire? A che la giovinezza, se deve intristire per il veleno di senili malinconie? Infine, in tutti i casi della vita, come potrai agire in modo conveniente nei tuoi o negli altrui confronti (agire come conviene non è solo la prima regola dell’arte, ma di tutta la nostra condotta), se non ti sarà propizia Filautìa, che a buon diritto tengo in conto di sorella, tanto validamente mi presta il suo aiuto in ogni occasione? Se piaci a te stesso, se ti ammiri, questo è proprio il colmo della follia; ma d’altra parte, dispiacendo a te stesso, che cosa potresti fare di bello, di gradevole, di nobile? Togli alla vita l’amor proprio e subito la parola suonerà fredda sulle labbra dell’oratore, il musicista non piacerà a nessuno con le sue melodie, l’attore si farà fischiare con la sua mimica, il poeta e le sue muse saranno irrisi, sarà tenuto a vile il pittore con la sua arte, si ridurrà alla fame il medico con le sue medicine. Alla fine invece di Nireo sembrerai Tersite, invece di Faone, Nestore, invece di Minerva una scrofa, invece di un forbito oratore, uno che non balbetta neanche una parola; invece di un distinto cittadino, un rozzo contadino. Se vuoi poter essere raccomandato agli altri, devi proprio cominciare col raccomandarti a te stesso; devi essere il primo a lodarti, e non senza una punta di adulazione.

Infine, poiché la felicità consiste soprattutto nel voler essere ciò che si è, qui interviene col suo aiuto la mia Filautìa, facendo in modo che nessuno sia scontento del proprio aspetto, carattere, schiatta, posizione, educazione, Patria, tanto che né un irlandese si cambierebbe con un italiano, né un tracio con un ateniese, né uno scita con un abitante delle Isole Fortunate. O singolare bontà della natura che in tanta varietà di cose, stabilì un regime di uguaglianza! Dove scarseggia coi suoi doni, là, è solita aggiungere una dose maggiore di amor proprio. Ma che sciocchezza ho detto! Proprio questo è il più grande dei suoi doni.

Rispondi