spigolando spigolando

Discussioni di vario genere riguardanti l'istruzione, la cultura, la letteratura o poesia.
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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 6 ott 2019, 9:17

IO SARO' ALBERO

Alessandro Petofi (poeta magiaro)

Io sarò albero se ti farai
fiore d'un albero:
se rugiada sarai mi farò fiore.
Rugiada diverrò se tu sarai
raggio di sole:
così, mio amore, noi ci uniremo

Se, mia fanciulla, tu sarai cielo
io diverrò, allora, una stella:
se, mia fanciulla, tu sarai inferno,
io, per amarti, mi dannerò.

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 6 ott 2019, 9:26

La solidarietà non è la carità

Salvatore Natoli
.
La solidarietà, nonostante una certa retorica di cui è fatta oggetto, si presenta tutto sommato come una categoria economica: ha una sua funzionalità e una sua razionalità.
Nella solidarietà c'è al fondo una logica di scambio e quindi un'ipotesi razionale. Nella carità invece la logica sottesa è diversa: per quanto non sia irrazionale, tuttavia costituisce uno scarto (perché svuotarsi? perché dare a perdere?).
[..]La solidarietà è utile. Molte volte noi abbiamo una comprensione sbagliata, preconcetta dell'utilitarismo, dovuta a un equivoco terminologico. Confondiamo utilitarismo con egoismo, quando invece l'utilitarismo, perlomeno nella sua versione più scaltrita e moderna, è altruista. Proprio così, altruista, perché introduce il miglioramento collettivo come fattore di utilità per i singoli. Non è difficile rendersi conto di questo (solo apparente) paradosso. In una società degradata si sta male, vivere a contatto col disagio, col rischio, con la miseria genera altro disagio, come per contagio. Chi sta bene è esposto a essere infetto dal male che c'è nella società, non è immune dagli effetti del malessere sociale. Da questo punto di vista essere altruisti, quanto meno nel senso di impegnarsi a rimuovere gli elementi principali di disagio, è funzionale al benessere dei più.
. Del resto la stessa borghesia ottocentesca si era posta il problema della povertà - non tanto della sua eliminazione tout court quanto dell'attenuazione dei suoi effetti più devastanti: infezioni, malattie, malavita. Ci si rendeva conto che la garanzia sociale non poteva essere prodotta in termini esclusivamente repressivi, quindi in una certa misura occorreva farsi carico della povertà.
Come sia avvenuta quest'operazione è storia nota: si sono perlopiù tracciati perimetri dove la povertà potesse stare confinata. Dentro questi recinti la miseria riceveva un minimo di assistenza, anche per evitare che si rivoltasse e ne fuoriuscisse. Nasce qui l'hópital, l'istituzione, trovano qui origine i mille ghetti il cui scopo era quello non tanto di affrontare alla radice il problema della povertà quanto quello di evitarne la vista e gli effetti socialmente più devastanti.
Questa è stata la forma che storicamente ha assunto la lotta alla povertà. A livello teorico, però, perlomeno nella dinamica più progressista interna all'utilitarismo, è sempre stato chiaro il principio che, se tutti gli uomini potessero soddisfare i bisogni fondamentali, la società nel suo complesso ne avrebbe beneficio.
Si capisce così come il discorso della solidarietà si sia potuto trasformare storicamente, a partire dal problema della povertà, nella società dei diritti. Da questo punto di vista il nesso solidarietà-altruismo si formula come uno dei modi migliori di perseguire i propri interessi individuali. In questo senso la solidarietà è un fattore di utilità; soltanto un egoismo becero e arretrato non perviene al punto di vista della solidarietà.

Perché è improbabile? Impostata in questi termini l'esigenza della solidarietà sembra ovvia, eppure per molti versi non lo è, tant'è che non molti la praticano. Anche una politica dei diritti, per quanto se ne riconosca la doverosità, suscita non poche resistenze. Perché?

Le ragioni per cui la solidarietà è improbabile sono molte, tuttavia una è in questo contesto interessante e ha a che fare col differente modo di porsi degli uomini rispetto al futuro. Anche se in astratto può sembrare persuasivo) che dedicare una quota del proprio tempo a migliorare l'ambiente umano e sociale servirà a migliorare anche la propria vita, a ottenere più facilmente il proprio utile, ci sono coloro che altruisti non sono, perché non hanno l'idea del "bene futuro". La logica evoluta che dice "l'altruismo conviene" parte infatti dall'idea di una società futura in cui l'insieme sociale sarà equilibrato e i soggetti sociali, a partire dalla loro individuale incertezza, avranno ragioni di sicurezza.

Questo discorso - divulgatissimo - ha trovato la sua formulazione più adeguata e piena nella teoria della giustizia di Rawls con il famoso argomento del velo di ignoranza: poiché gli uomini, nemmeno i più ricchi, sanno quale sarà la loro sorte futura, devono costruire una società di diritti in cui, qualunque sarà il loro destino, tutti si troveranno garantiti. In questo modello di giustizia la società assicura il minimo a tutti, dopo di che ognuno potrà pervenire al suo massimo. La più diretta applicazione di questa teoria politica sono i modelli di welfare.

Ma questo è un argomento che noi diciamo razionale: partendo dall'idea che non sappiamo quel che ci aspetta è ovvio che una società altruista garantisce di più, è anticipatamente conveniente. Ma partiamo dall'idea di chi ha, di chi possiede. Costui dice: perché mai dovrei pensare a un altruismo generalizzato nella società e non invece a rafforzare la mia posizione? Perché dovrei puntare sul velo di ignoranza e non sulla certezza che solo accumulando mi garantisco di più? Da questo punto di vista chi ha non si spoglia, anzi tende a consolidare il proprio presente, anziché puntare su un futuro generale per costruire il quale, per giunta, non sa - né può sapere - se tutti poi si comporteranno in maniera solidale.

Perché la solidarietà funzioni dentro lo schema utilitarista è infatti necessario che tutti la pensino come fattore di utilità, che tutti siano persuasi che perseguire il bene collettivo ridondi a beneficio del bene individuale. La posizione altruista, infatti, siccome è giocata su una deontologia (l'idea di un bene futuro), se non è simmetrica non funziona più. Può funzionare a patto che ciascuno, in base al valore del bene futuro, che è condizione generale della società dei diritti, unilateralmente anticipi l'offerta. Ma l'anticipazione unilaterale mette già nella posizione del dono.

Lo spazio incerto della solidarietà. Da questo punto di vista la solidarietà si inscrive in uno spazio che oscilla tra la giustizia e la carità. È qualcosa di più della giustizia, ma qualcosa di meno della carità, pur rientrando, come abbiamo visto dalle ultime battute, nel suo orizzonte. Quando si inscrive nell'ordine della giustizia, la solidarietà è quell'anticipo che tende a pareggiare le sorti degli uomini. Non a caso, Tommaso d'Aquino collega la parola iustitia al termine iustari, nel senso di rendere conveniente, congruo. La giustizia aggiusta le disparità, rende pertinenti le situazioni, è un'operazione di armonizzazione da cui scaturisce un intero organico. Tutti sono tenuti a praticare la giustizia. E la solidarietà, in quanto situazione che include il fattore altruistico come condizione per la realizzazione del benessere individuale, è sostanzialmente un modo per esercitare la giustizia. È a questo titolo che noi la troviamo nell'articolo 2 della Costituzione dove, essendo una realtà giuridica, non è più un dono ma una strategia della società: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali [...] e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". La solidarietà è alla base del patto sociale della cittadinanza: è un vincolo, non è un dono. Implica che i cittadini, in base al patto sociale, nella loro vita ordinaria, nel frutto del loro lavoro e così via, assumano esplicitamente la responsabilità della condizione altrui come elemento per realizzare una società giusta.
Il principio di giustizia è: a tutti il necessario, a ciascuno il suo (giustizia commutativa e giustizia distributiva). La giustizia assottiglia le disuguaglianze, riconosce i diritti delle differenze.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 6 ott 2019, 9:38

Risveglio

Sei entrato
nel buio della mia anima
alla luce chiara del mattino.

Ho ascoltato
il silenzio dei tuoi pensieri
ed il battito del tuo cuore
accanto al mio.

dolcissime emozioni
ci abbracciavano
mentre il sole indiscreto
filtrava le persiane socchiuse
e timidamente annunciava
un nuovo giorno...

G.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 7 ott 2019, 8:52

INDOVINA CHI...
.tentativo di sfatare l'immagine del consulente lontano dalla realtà, teorico e incapace....

Un pastore stava pascolando il suo gregge di pecore, in un pascolo decisamente lontano e isolato quando all'improvviso vede avvicinarsi una BMW nuova fiammante che avanza lasciandosi dietro una nuvola di polvere.
Il guidatore, un giovane in un elegante abito di Versace, scarpe Gucci, occhiali Ray Ban e cravatta Yves Saint Laurent rallenta, si sporge dal finestrino dell'auto e dice al pastore: "Se ti dico esattamente quante pecore hai nel tuo gregge, me ne regali una?" Il pastore guarda l'uomo, evidentemente uno y.uppie, poi si volta verso il suo gregge e risponde con calma: "Certo, perché no?" A questo punto lo y.uppie posteggia l'auto, tira fuori il suo computer portatile della Dell e lo collega al suo cellulare della A T& T. Si collega a internet, naviga in una pagina della NASA, seleziona un sistema di navigazione satellitare GPS per avere un'esatta posizione di dove si trova e invia questi dati a un altro satellite NASA che scansiona l'area e ne fa una foto in risoluzione ultradefinita. Apre quindi un programma di foto digitale della Adobe Photoshop ed esporta l'immagine a un laboratorio di Amburgo in Germania che dopo pochi secondi gli spedisce un e-mail sul suo palmare Palm Pilot confermando che l'immagine è stata elaborata e i dati sono stati completamente memorizzati. Tramite una connessione ODBC accede a un database MS-SQL e su un foglio di lavoro Excel con centinaia di formule complesse carica tutti i dati tramite e-mail con il suo Blackberry. Dopo pochi minuti riceve una risposta e alla fine stampa una relazione completa di 150 pagine, a colori, sulla sua nuovissima stampante HP LaserJet iper-tecnologica e miniaturizzata, e rivolgendosi al pastore esclama: "Tu possiedi esattamente 1586 pecore".
"Esatto, ed ora puoi prenderti la tua pecora" dice il pastore e guarda il giovane scegliere un animale che si appresta poi a mettere nel baule dell'auto.
Il pastore quindi aggiunge: "Hei, se indovino che mestiere fai, mi restituisci la pecora?". Lo y.uppie ci pensa su un attimo e dice: "Okay, perché no?" "Sei un consulente" dice il pastore. "Caspita, è vero - dice il giovane - come hai fatto a indovinare?" "Beh non c'è molto da indovinare, mi pare piuttosto evidente - dice il pastore - sei comparso senza che nessuno ti cercasse, vuoi essere pagato per una risposta che io già conosco, a una domanda che nessuno ti ha fatto e non capisci un c. o del mio lavoro. Ora restituiscimi il cane!"

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 7 ott 2019, 9:17

LA STUPIDITA' UMANA

Einstein. Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi.
La stupidità è una variabile intimamente connessa con la personalità di ogni soggetto umano: per ognuno esiste un livello di stupidità sinora non misurabile scientificamente, ma che si può cogliere in modo intuitivo, deduttivo, consequenziale.


Definizioni

Una definizione completa della stupidità non è stata ancora data. Ho provato a chiederlo anche a Manuel, un bambino di sei anni: -“Chi è uno stupido? “ -“Uno che gli si è rotto il cervello”. –“E dentro che cosa c’era?” –“Niente”. Anche la ricerca dell’etimo non è precisa: per alcuni deriva dall’antico slavo “tupu”, ottuso, per altri sarebbe un adattamento del participio passato del latino “stupeo”, stupire. Sinonimi: scemo, scimunito, salame, stronzo, idiota, imbecille, sciocco, cretino, ottuso, deficiente, minchione, pirla, burino, babbeo, baccalà, quacquaraquà, anodino, fesso, mentecatto, ottuso, sottosviluppato, stolto, tetragono, tonto, vacuo, ingenuo, lento a capire, stolido, tardo di mente, sprovveduto, banale, debole, insignificante, trascurabile, testone, interdetto, mongoloide, tarato, credulone, incauto, sventato, coglione, inconsistente, spicciolo, corto, limitato, demente, dissennato, inavveduto, sconsiderato, addormentato, ritardato, futile, insipido, superficiale, rozzo, infantile, insensato, vano, ridicolo. insulso, piatto, balordo, farlocco, frellocco, becero, credulone, alienato, stravagante, citrullo, grullo, merlo, subnormale, beota, gonzo, minorato, sempliciotto, testa di rapa, gnocco. Sono siciliani i termini babbu, caiordo, mannaruni, lampiuni, tampa (un pesce scemo e inutile), locco ( dallo spagnolo “loco”, pazzo), testa di minchia, minchia di mare, (oturia), malaminchiata, (nato da un cattivo colpo di minchia).

Stupidità comportamentali

Ci sono stupidità comportamentali e stupidità discorsive: le prime riguardano scelte, azioni, reazioni dettate da motivazioni superficiali, non ponderate, istintive, prive di coerenza logica , in certi casi autolesioniste. A monte c’è spesso l’incapacità di saper decidere, la mancanza di senso pratico, di adattamento alle regole minime di comportamento: ci si può complicare la vita anche per scegliere il vestito da mettere, il pasto da preparare o da consumare, la trasmissione da seguire, il partner ecc., . Questo complicarsi l’esistenza raggiunge poi livelli parossistici quando si nota che c’è gente che cambia posate ad ogni nuovo piatto, che non beve due bevande nello stesso bicchiere, che non sa quale strada prendere, sia in senso reale che metaforico, che si lava le mani dopo aver toccato qualcosa, che pulisce con l’alcool tutto quello che può essere toccato. La casistica delle indecisioni, delle gestualità inutili, del non sapersi liberare dalla prigione di alcuni comportamenti si intreccia con il livello di stupidità che ognuno possiede: per esempio il povero che va a votare per l’uomo più ricco d’Italia è stupido in quanto ne approva e ne protegge, col voto, la condizione e accetta la sua personale condizione di utile idiota.

Stupidità discorsive

Le stupidità discorsive caratterizzano invece i ragionamenti, i giudizi espressi, le connessioni logiche. L’articolazione del discorso non segue più le regole aristoteliche dell’argomentazione, dell’evidenza, della consequenzialità e diventa vaneggiamento, associazione di idee o fatti la cui relazione inesistente viene invece trovata in qualche particolare comune o in qualche coincidenza. Alcune di queste false connessioni talora sono poste attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione e conducono a risultati sorprendenti. Sulla base del proprio livello d’ignoranza si pensa, per esempio all’invasione islamica dell’Europa cristiana, ai grandi manovratori che studiano e regolano i movimenti del mondo e della storia, alle dottrine politiche liberatorie dell’uomo, vedi il comunismo , vissute come il peggiore dei mali possibili, alle storture e mistificazioni contenute nei testi “sacri”, intese come indubitabili manifestazioni della divinità. “Se non state attenti i mass media vi faranno odiare le persone oppresse e amare quelle che opprimono”, dice Malcom X.
La peggiore di queste distorsioni è data dalla divisione in classi sociali ritenute immutabili, in pastori e pecore, dove le “pecore” seguono docilmente il pastore, ovvero lo stregone-sacerdote che si atteggia a guida e a depositario della divinità. Stupido è anche chi non alza gli occhi per vedere un bel tramonto, una stella, un’alba, chi non è capace di notare e vivere la bellezza di un’opera d’arte, l’intensità di una musica, la perfezione di un fiore. Insomma, chi dorme pur essendo sveglio.

Tutti stupidi tranne io

Ma il fatto più notevole, l’autentica dimostrazione di appartenenza alla categoria degli stupidi è che lo stupido crede che tutti siano stupidi tranne che se stesso. Tutto questo lo pone in una condizione di giudice, giustificata dalla sua presunta superiorità sul resto del gregge , che non cambia molto di significato rispetto al luogo comune “La madre dei cretini è sempre incinta” o rispetto alla felice frase di Eduardo De Filippo “Ogni minuto muore un imbecille e ne nascono due”. Shakespeare ha espresso bene questo concetto: “Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio”. E non è il caso di farsi illusioni: dice Einstein: “Due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana. Ma sull’universo ho ancora qualche dubbio”. Molto simile una frase di cui si ignora l’autore: “Gli elementi più comuni dell’universo sono l’idrogeno e la stupidità, ma non in quest’ordine”.

Letteratura

La letteratura intorno alla stupidità è vasta, a partire dal saggio di Musil (1937), “Sulla stupidità” , ma nessuno studio può raggiungere il livello del piccolo saggio di Carlo M. Cipolla “Le leggi fondamentali della stupidità umana” (Il Mulino), che definisce stupido “chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita” , individua cinque leggi fondamentali ed ha un triste corollario: “Quando la maggior parte di una società è stupida allora la prevalenza del cretino diventa dominante ed inguaribile”.
Da parte sua Pino Aprile, nel suo “Elogio dell’imbecille” evidenzia una sorta di analoga dinamica, quasi una componente darwiniana dell’evoluzione, per cui gli stupidi sono sempre in aumento, in rapporto a una inarrestabile riduzione del volume del cervello. Ma già Nietzsche aveva intuito questa direzione della storia e l’aveva definita “il tripudio dei mediocri”, che si serve dell’ostracismo nei confronti del diverso, di chi non si omogeneizza all’insignificanza, di chi vuole conservare se stesso in mezzo all’annullamento collettivo della propria identità.

Stupidi d’oggi

Anche se , a ritroso nella storia, gli esempi di stupidità sono “infiniti”, si ha l’impressione che, in questi ultimi tempi, se ne sia avuto un incremento esponenziale. Lascia stupefatti il successo di individui rozzi e mediocri, come i leghisti Borghezio, Bossi, Salvini, tutto il clan dei berluscones, Gasparri in testa, per non parlare di Renzi e della sua cricca, di Grillo e dei suoi pentastellati fanatici seguaci, o, se vogliamo fare un salto sull’altra sponda del mondo, di Trump e del suo straordinario successo, della serie, più spari grosse minchiate, più prendi voti. Spacciarsi per candidato antisistema è una strategia efficace per coprire di essere una colonna portante del sistema e di “scendere in campo” per la difesa di questo sistema. Purtroppo non si tratta di una stupidità folkloristica che ha fine in se stessa. Fernando Pessoa dice: “solo una cosa mi meraviglia più della stupidità con cui la maggior parte degli uomini vive la propria vita: è l’intelligenza che c’è in questa stupidità”. Ed è un’intelligenza perversa, spesso legata al “cupio dissolvi”, che nel progettare la distruzione di qualcosa non pensa di distruggere anche una parte di se stessi, come nelle azioni dell’Isis contro i reperti storici o nella distruzione dolosa delle imprese che non vogliono pagare il pizzo. Non c’è da farsi illusione: i danni provocati dagli stupidi sono incalcolabili, uno stupido non è mai innocuo e purtroppo, dice Ennio Flaiano, “lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui e sono sempre parecchi”.

Ci sono speranze?

No, non c’è nulla da fare, il fiume scorre inesorabilmente e coloro che cercano di deviarne il corso, di accendere qualche riflettore nel buio, di aprire un varco all’intelligenza, sono considerati nemici, si chiamino essi Socrate, Seneca, Ipazia, Giordano Bruno, Trotsky, Martin Luther King, e tanti altri di un lunghissimo elenco, vittime del fanatismo, dell’intolleranza, dell’ignoranza, della stupidità, delle mafie. L’amara conclusione su questa breve riflessione è tutta in un’intuizione di Mario Andrea Rigoni: “Senza l’enorme forza della stupidità la storia non potrebbe avanzare, anzi nemmeno durare. Stupidità è l’essenza segreta del Tempo, il suo sortilegio, la sua ipnosi”. Quindi, malgrado, e direi, per fortuna, chi crede in qualcosa non smetterà di portarla avanti, bisogna arrendersi all’idea che al peggio non c’è mai fine, che il mondo è degli stupidi, ma che l’uomo “intelligente”, proprio grazie alla sua intelligenza ha la capacità di sapersi costruire una zattera.

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 7 ott 2019, 9:27

ERASMO –ELOGIO DELLA FOLLIA

La pazzia rende amabili le donne

Tuttavia, poiché l’uomo, nato per far fronte agli affari, doveva ricevere in dote un po’ più di un’oncia di ragione, Giove, per provvedere debitamente, mi convocò perché lo consigliassi, come su tutto il resto, anche a questo proposito; e il mio pronto consiglio fu degno di me: affiancare all’uomo la donna, animale, sì, stolto e sciocco, ma deliziosamente spassoso, che nella convivenza addolcisce con un pizzico di follia la malinconica gravità del temperamento maschile. Platone, infatti, quando sembra in dubbio circa la collocazione della donna, se fra gli animali razionali o fra i bruti, vuole solo sottolineare la straordinaria follia di questo sesso. E, se per caso una donna vuole passare per saggia, ottiene solo di essere due volte folle, come se uno volesse, contro ogni ragionevole proposito, portare un bue in palestra. Infatti raddoppia il suo difetto chi, distorcendo la propria natura, assume sembianza virtuosa. Come, secondo il proverbio greco, la scimmia è sempre una scimmia, anche se si ammanta di porpora, così la donna è sempre una donna, cioè folle, comunque si mascheri.
Non però così folle, voglio credere, da prendersela con me perché la giudico folle, io che sono folle, anzi la Follia in persona. Le donne, infatti, se ponderassero bene la questione, anche questo dovrebbero considerare come un dono della Follia: il fatto di essere, sotto molti aspetti, più fortunate degli uomini. In primo luogo hanno il dono della bellezza, che giustamente mettono al disopra di tutto, contando su di essa per tiranneggiare gli stessi tiranni. Quanto all’uomo, di dove gli viene l’aspetto rude, la pelle ruvida, la barba folta, e un certo che di senile, se non dalla maledizione del senno? Le donne, invece, con le guance sempre lisce, con la voce sempre sottile, con la pelle morbida, danno quasi l’impressione d’una eterna giovinezza. Ma che altro desiderano poi in questa vita, se non piacere agli uomini quanto più è possibile? Non mirano forse a questo, tante cure, belletti, bagni, acconciature, unguenti, profumi; tante arti volte ad abbellire, dipingere, truccare il volto, gli occhi, la pelle? C’è forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare dagli uomini più della follia? Che cosa mai non concedono gli uomini alle donne? Ma in cambio di che, se non del piacere? E il diletto da nient’altro viene se non dalla loro follia. Che questo sia vero non si può negare solo che si pensi a tutte le sciocchezze che un uomo dice quando parla con una donna, a tutte le stupidaggini che fa ogni volta che si mette in testa di ottenerne i favori. Ecco da che fonte sgorga il primo e principale diletto della vita.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 8 ott 2019, 10:22

NIETZSCHE D'ANNUNZIO E IL "SUPERUOMO"

""il superuomo d'annunziano ha un forte connotato politico e classista che non è presente nel filosofo, che intende il superomismo come piena accettazione della vita.
Il poeta, inglobando in esso anche la precedente figura dell'esteta, considera il superuomo come l'appartenente ad una nuova elite di perfetti e superiori alla normale borghesia che vivendo secondo l'etica del bello creino una nuova aristocrazia che, ricorrendo anche alla violenza, si imponga su tutte le altre classi sociali.""



Nietzsche è forse il miglior interprete della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di tutta un'epoca: profeta insieme della decadenza e della rinascita, dà origine alle interpretazioni più discordi, che si tradurranno nelle influenze più diverse. Volta a volta materialista o antipositivista, esistenzialista o profeta del nazismo, il filosofo condivide tutte le ambiguità delle avanguardie intellettuali e artistiche borghesi del primo novecento e non a caso diverrà oggetto, in Italia, dell'interpretazione estetizzante di Gabriele D'Annunzio esercitando un indiscutibile fascino sui futuristi. Nietzsche divenne così il filosofo della crisi, il fondatore d'un modo di pensare nuovo. Quanto alla sua idea del superuomo, inteso come il giusto trionfatore di una massa di deboli o schiavi, va senza dubbio corretta. Nietzsche non fu l'estensore d'un vangelo della violenza, ma intese porre le condizioni di sviluppo d'una civiltà e di un'idea dell'uomo radicalmente rinnovate. Nietzsche è uno scrittore asistematico e estremamente originale, la cui produzione si staglia solitaria nel panorama della storia della filosofia moderna e contemporanea. Le opere della maturità, in particolare, sono scritte con uno stile aforistico e poetico: lirismo, tono profetico e filosofia si mescolano in maniera inestricabile, rendendo spesso difficile e riduttiva l'interpretazione. Rimane costante nell’opera di Nietzsche un’ambiguità di fondo, un’ambiguità socio-politica che ha dato adito a contrastanti strumentalizzazioni politiche. Il filosofo, infatti, non specifica mai espressamente chi debba essere il soggetto della volontà di potenza: il superuomo. Molti critici hanno identificato il superuomo in una umanità vivente in modo libero e creativo, ma, molti altri lo hanno limitato ad un’élite che esercita la sua volontà di potenza non solo nei riguardi della caoticità del mondo, ma anche verso il prossimo. A ciò bisogna aggiungere il problema degli scritti postumi: la ricostruzione sistematica operata dalla sorella Elisabeth e da uno dei discepoli di Nietzsche, oltre a essere ideologicamente discutibile e largamente responsabile delle interpretazioni naziste del pensiero dei filosofo, va contro il suo rifiuto netto di ogni sistema filosofico e contro il fascino vivissimo per la forma del frammento e dell'aforisma. L'edizione critica di tutti gli scritti di Nietzsche, a cura di due italiani, G. Colli e M. Montinari, ha restituito, però, l'integrità dei frammenti secondo un ordine cronologico e ha dimostrato come "La volontà di potenza" pubblicata nel 1906 è un'opera profondamente manipolata e addomesticata. Gabriele D’Annunzio, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche, tuttavia, molto spesso, banalizza e forza entro un proprio sistema di concezioni le idee del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e persino imperialistica. Le opere superomistiche di D’Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva quindi a vagheggiare l’affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per D’Annunzio devono esister alcune élite che hanno il diritto di affermare se stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano, una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli dell’antica Roma. La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo di quella precedente dell’esteta, la ingloba e le conferisce una funzione diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l’elevazione della stirpe, ma l’estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D’Annunzio non si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un’élite violenta e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile. D’Annunzio applica, in un modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del ’92, e presenta il filosofo di Zarathustra come il modello del "rivoluzionario aristocratico", come il maestro di un "uomo libero, più forte delle cose, convinto che la personalità superi in valore tutti gli attributi accessori","forza che si governa, libertà che si afferma". Il suo è un fraintendimento, una volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che il D’Annunzio scopre in Nietzsche è una mitologia dell’istinto, un repertorio di gesti e di convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata, soprattutto quando al cronista del "Mattino" e della "Tribuna" si sostituisce lo scrittore insidioso del Trionfo della Morte("Noi tendiamo l’orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca, e preperiamo nell’arte con sicura fede l’avvento dell’Uebermensch, del Superuomo") o quello, fra lirico e decadente, delle Vergini delle rocce, il nuovo romanzo del ’95, presentato dapprima sul "Convito"("Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono lavorare…"). Come dirà poi Gramsci, la piccola borghesia e i piccoli intellettuali sono particolarmente influenzati da tali immagini romanzesche che sono il loro "oppio", il loro "paradiso artificiale". Non è ancora un’ideologia, ma è un’oratoria dell’attivismo verbale in cui fermenta la scontentezza dell’Italia borghese, il cruccio dell’avventura africana, il fastidio della mediocrità democratica e della burocrazia parlamentare, dall’esplosione dei Fasci siciliani al rovescio di Adua. Come sempre, il D’Annunzio avverte d’istinto questi stati d’animo confusi e li amplifica nei bassorilievi della sua eloquenza floreale, li traspone nello specchio del proprio personaggio e dei suoi gesti stravaganti o stupefacenti. Il primo romanzo in cui si inizia a delineare la figura del superuomo è il Trionfo della morte, dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni. Il romanzo ha una debole struttura narrativa ed è articolato in sei parti ("libri"). E' incentrato sul rapporto contradditorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte) del paesaggio e del lavoro delle genti d'Abruzzo. Giorgio cerca di trovare l'equlibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro). Per questo vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile, Ippolita Sanzio è sentita come la "nemica", primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita, che stringe a sè, precipitandosi da uno scoglio. Giorgio Aurispa, il protagonista, l’eroe, è ancora un esteta simile ad Andrea Sperelli; Ippolita, la donna fatale consuma le sue forze e gli impedisce di attingere a pieno all’ideale superumano a cui aspira, portandolo alla morte. Sulla figura del superuomo si incentra anche Le Vergini delle Rocce. Qui però La complessità metafisica e ideologica del superuomo subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s'intride di valenze politiche reazionarie. E' qui riscontrabile l'esito di una lunga ricerca sul versante stilistico e formale, che nel momento stesso in cui agganciava le posizioni più innovative del Simbolismo europeo, si reimmetteva nel solco della tradizione trecentesca e rinascimentale, l'onnipresenza di Leonardo da Vinci nelle Vergini ne è il segno tangibile. Il nucleo drammatico del romanzo, fondato sull'ispirazione di Claudio Cantelmo a generare un figlio in cui si distillassero le mirifiche qualità di una illustre progenie e che sarebbe dovuto diventare il futuro re di Roma, appare del tutto gratuito e incapace di sostenere una dinamica narrativa di lungo respiro. In questo senso il romanzo esprime i limiti dell'interpretazione che D'Annunzio diede di Nietzsche. Dopo un decennio di interruzione, in cui scrive per il teatro e sviluppa le Laudi, D’Annunzio ritorna alla forma del romanzo scrivendo Forse che sì forse che no. Qui presenta un nuovo strumento di affermazione superomistica inedito e in linea con i tempi: l’aereo. Il protagonista Paolo Tarsis realizza la sua volontà eroica tramite le sue imprese di volo. Egli è senza dubbio la reincarnazione dei vari superuomini presenti ne IlTtrionfo della Morte o nelle Vergini delle rocce, ma a differenza di questi, non appartiene ad una nobile casata ma è un borghese estraneo agli influssi decadenti e dedito all'azione; affiancata a questo superuomo troviamo Isabella Inghirami, la prima figura femminile capace di contendere il primato all'egotismo del superuomo di turno. Tra i due personaggi c'è un rapporto di amore-passione che talvolta arriva fino alle degenerazioni dell'incesto e del masochismo. Questo romanzo rappresenta la piena adesione del D'Annunzio alla contemporaneità: è possibile infatti ritrovare personaggi che si muovono tra aeroplani, automobili, telefoni. Vi si ritrova un amore, quindi, per la macchina e la velocità. In Italia, nel frattempo, sotto la pressione di molti e potenti interessi l’onda dell’interventismo stava montando, e il D’Annunzio poteva essere l’uomo dell’ora, l’araldo dello sdegno nazionale. I discorsi, o meglio le orazioni, che lo scrittore tenne a Genova tra il 4 e il 7 maggio e poi a Roma dal 12 al 20, mostrarono che il calcolo era giusto, giacchè l’oratoria dannunziana conferiva uno stile alla passione politica di una gioventù borghese insoddisfatta, abbagliata dal grande fuoco rinnovatore della guerra nazionale. Mentre l’Italia scendeva in guerra trascinata dal radiosomaggismo, stava sorgendo anche una nuova oratoria, che non aveva bisogno dei fatti ma dell’immaginazione, e che attraverso la mistica di un capo carismatico comunicava a ciascuno la forza di una coerenza fittizia, la certezza di un rito collettivo. Nell’eloquenza dell’esteta, che si proclamava ora non più "un grido e un allarme" ma "un semplice compagno tra compagni", prendeva forma lo stile moderno della propaganda, del discorso politico di massa non più rivolto ad un’élite ma ad una comunità di compagni di cui si condivide il destino nella magia degli slogan e delle parole d’ordine. Il primo ad esserne preso era lo stesso D’Annunzio, a cui questo contatto verbale con la folla rinnovava, ma ad un grado più alto, quel piacere di una pronunzia della parola tutta corporea, " nella bocca sonante del dicitore", che aveva invocato anni prima il poeta della Canzone di Garibaldi. Anche la parola, insomma, si faceva gesto, ebbrezza d’azione, istante assoluto da consumare in sé stesso, nella forza sensuale di una presenza aggressiva come in uno spettacolo di delirio o di entusiasmo rituali. Nonostante il suo "viso grinzoso di vecchietto richiamato" la guerra fece del D’Annunzio un eroe di nuovo giovane, per quanto non si possa negare, d’accordo con gli storici d’oggi, che egli rimase sempre un "avventuriero privilegiato", estraneo agli orrori putridi e comuni della trincea, ma pronto, a sfidare la morte con la logica singolare del giocatore d’azzardo: come risulta chiarissimo dai suoi taccuini di combattente, sia che confessi che " la vita non ha più pregio poichè non può rischiarla nel più temerario dei giochi" sia che si sorprenda a notare come " tante immagini di voluttà accompagnino uno stato eroico" o lodi "l’amore del destino" in una "carne che domani può essere un pallido sacco d’acqua amara". Alla fine della guerra il tenente colonnello D’Annunzio lasciava il fronte in un "misto di gioia e di scontento", col sospetto per giunta che la vittoria potesse venire tradita e la vecchia politica riprendesse il suo corso come se l’evento della guerra non fosse stato il crepuscolo del mondo borghese e l’iniziio di una rivoluzione. Lo assillava soprattutto la questione della Dalmazia e dell’Adriatico, per la quale iniziò subito una nuova campagna di stampa contro le trattative diplomatiche in corso, assumendo ancora il ruolo di agitatore delle coscienze, di interprete della febbre nazionalistica nello scontro delle generazioni: nessuno meglio di lui, che era l’eroe della guerra poteva parlare alla massa dei reduci insoddisfatti, dei giovani che avevano combattuto e ora dovevano rassegnarsi al grigiore della vita comune declassati in un contesto sociale incerto e precario. Mentre c’era già chi salutava in lui "il solo Duce del popolo italiano e intrepido", seguivano gli articoli della Pentecoste d’Italia, de Il comando passa al popolo, dell’Erma bifronte, e infine di Disobbedisco, di nuovo in aperto contrasto con il governo presieduto da Nitti. La situazione di Fiume, comunque, volgeva ormai al peggio a causa dei deliberati della Conferenza di Parigi, fra il tumulto crescenter dei nazionalisti e dell’ex socialista Benito Mussolini, il direttore del "Popolo d’Italia". Il 12 settembre 1919 il poeta della guerra entrava a Fiume alla testa dei granatieri di Ronchi, che lo avevano voluto loro comandante, e di alcuni reparti dell’esercito regolare subito solidali, per affrettarne l’annessione all’Italia e per dare inizio, così, a un’avventura politica che durò quindici mesi e aprì la via, come riconoscono tutti gli storici, ad altre e più tragiche esperienze nel declino progressivo delle vecchie fedi democratiche. Il maggio radioso e l’avventura fiumana costituirono dei gravi precedenti di sminuimento del sistema democratico sulla cui falsa riga si arrivò in Italia e in Germania all’instaurazione di regimi totalitari, illiberali, reazionari e imperialistici. E ad incarnare perfettamente il superuomo é Ulisse: egli, anche se durato solo un attimo, cambia comunque la vita del poeta: egli non è come i suoi compagni, che pure gli sono cari, ma si sente spinto a confidare solo in se stesso e destinato a realizzare imprese eccezionali, come quell’Ulisse di cui ha meritato il simbolico sguardo. Ulisse diventa quindi non solo il simbolo del "superuomo" per D’Annunzio, ma anche l’esempio e l’incitamento di tutti gli uomini che, come il poeta, non si accontentano di una vita tranquilla ma vogliono affermare la loro volontà di potenza realizzando la dimensione eroica di se stessi. Dietro alle parole c'è però il vuoto più completo di pensiero, ma soprattutto di sentimento. E' riscontrabile nel poeta il desiderio di imporsi, di agire e ciò sconfina in megalomania già riscontrabile nel poeta adolescente che negli anni maturi risente della nuova filosofia tedesca (superomismo). D'Annunzio, avendo rifiutato di porsi una problematica del vivere, si proiettò in una vita attiva e combattiva. Il suo vitalismo si rivelò in due sensi:

1. Come insofferenza di una vita comune e normale.

2. Come vagheggiamento della "bella morte eroica".

Egli perciò insiste sui temi della grandezza, dell'orgoglio, dell'eroismo estetizzante. Determinò la svolta più importante del decadentismo, quella superomistica, a cui aderì dopo la (errata) interpretazione di Nietzsche. In D'Annunzio il superuomo trova la sua perfetta identificazione con l'artista. In lui non è tanto la vita a tenere dietro l'arte, ma l'arte a seguire le eccentricità della vita e questo costò al poeta un'accusa di superficialità. Il Superuomo per D’Annunzio, così come viene presentato nelle due opere Trionfo della Morte e Le Vergini delle Rocce, è un individuo proteso all’affermazione di sé, al di fuori di ogni remora di ordine morale e sociale. D’Annunzio applica concretamente alla realtà la teoria dell’idea pura di Superuomo e facendo ciò, ci permette di individuare alcune caratteristiche peculiari del "suo" Superuomo. I protagonisti delle opere sopracitate mostrano, infatti, il culto dell’energia dominatrice che si manifesta come forza, violenza, tesa all’affermazione della propria individualità. La loro è una concezione aristocratica del mondo che presuppone un conseguente disprezzo della massa, della plebe e del regime parlamentare che si basa su di essa. Giorgio Aurispa e Claudio Cantelmo ricercano la propria tradizione storica nella civiltà pagana, greco-romana e in quella rinascimentale. La sensualità caratterizza il Superuomo che ha alla base una sorta di furore sadico, di volontà di distruzione, di eccitazione violenta. Nel Superuomo d’annunziano si delinea una sproporzione tra gli obiettivi e le forze per raggiungerli, tra il desiderio e la realtà.

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Qualsiasi riferimento a uomini e cose è puramente casuale....

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 9 ott 2019, 9:05

Come un'auto pirata


Sei spuntata all'improvviso
al crocevia
della mia Vita.
... Non t'aspettavo... o forse sì!
Mi hai travolto in pieno,
e fatto a pezzetti
tutte le mie A.
E senza fermarti
sei fuggita via,
lasciandomi per compagnia
soltanto i segni indelebili
della tua frenata.
A terra raccolgo da solo
ciò che rimane di me.
Un solo epitaffio vola
sull'asfalto bollente:
"fatti forza"!
Ma la mia Anima
stenta a prendere
i numeri della tua targa!
... E c'è silenzio, tutt'intorno!!

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 9 ott 2019, 9:09

L'angolino del sorriso

""Una donna si sveglia di notte e vede che suo marito non è a letto. Si infila una vestaglia e scende in cucina. Trova sua marito seduto con una tazza di caffè di fronte. Sembra che sia assorto in pensieri molto profondi e fissa un punto oltre il muro. Lei vede una lacrima scendere dagli occhi di lui mentre sorseggia il caffè. "Cosa c'è caro?" - sussurra lei entrando nella stanza - "Perché non vieni a letto?" L'uomo, guardando il suo caffè risponde: "Ti ricordi cara di 20 anni fa... quando abbiamo iniziato a frequentarci e tu avevi solo 16 anni?" - "Si, me lo ricordo" - risponde lei. Il marito sospira... le parole non gli vengono facilmente... "Ti ricordi di quando tuo padre ci beccò sul sedile della mia macchina che facevamo l'amore?" - "Si che me lo ricordo..." risponde lei prendendo una sedia, e sorridendogli dolcemente. "E ti ricordi che tirò fuori un fucile, me lo puntò in faccia e mi disse: "O sposi mia figlia o ti mando in prigione per 20 anni ?" - "Si... mi ricordo anche questo... e con ciò ?" Un'altra lacrima sulla guancia... "OGGI sarei uscito!!!""

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 10 ott 2019, 9:37

Al pubblico”, l’editoriale di Eugenio Torelli Viollier, non firmato, sul primo numero del Corriere della Sera, 5-6 marzo 1876.
5 marzo 1876


Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una festuca. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro.

***

Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: «Siamo moderati, siamo conservatori». Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ Papi che la tennero durante undici secoli. In grazia loro vediamo questi fatti singolari: un cardinale che paga la ricchezza mobile, una chiesa protestante presso San Giovanni Laterano, un re al Quirinale. In grazia loro si è udito Francesco Giuseppe d’Austria dire a Vittorio Emanuele: «Bevo alla prosperità dell’Italia», e Guglielmo di Prussia: «Bevo all’unione de’ nostri popoli». Noi dunque siamo conservatori.

***

Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, – e per conseguenza il potere. Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade, tutto passa a questo mondo, ma nella storia avrà una nota di gloria d’impareggiabile fulgore, perché ha condotto a termine due imprese di cui una sola sarebbe bastata ad illustrarlo. Dopo aver compiuto l’unificazione d’Italia, ha restaurato le finanze. Se domani dovesse abdicare, potrebbe, con orgoglio che dà l’adempimento d’un gran còmpito, esclamare: Nunc dimittis, domine. Da un disavanzo annuo spaventevole ci ha condotti al pareggio. Non ancora, dite? Ebbene, sia: mancano venti, mancano trenta milioni: che sono appetto ai 700 che mancavano dieci anni fa? Qualche cosa di peggio che le finanze turche. Allora si discuteva sul fallimento dello Stato e si cercava di agguerrircisi: oggi chi osa più pronunziare questa parola? Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta – bestia ringhiosa, feroce, spietata; ma senz’essa era follia sperare di vincere. L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio, – ecco l’opera del partito moderato.

***

Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite fra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Lasciate stare i brontoloni del partito, gl’ipocondriaci, gli atrabiliari, che antepongono i moderati ai radicali unicamente come preferirebbero la febbre terzana al colèra; badate agli altri: nessuno è pienamente contento: si potrebbe dire che c’è più rassegnazione che vera e completa soddisfazione. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. È stato già osservato che per udire sparlare, ma sul serio, de’ ministri, bisogna andare in una brigata di deputati di Destra. Ebbene, è vero. Gli è che partito e Ministero sono due cose distinte. Gli è che il partito moderato non è partito immobile, non è un partito di sazi e di dormenti. È un partito di movimento e di progresso. «Noi vogliamo, ha detto il conte di Cavour, la libertà economica, noi vogliamo la libertà amministrativa, noi vogliamo la piena ed assoluta libertà di coscienza, noi vogliamo tutte le libertà politiche compatibili col mantenimento dell’ordine pubblico». Tal è il credo del partito moderato. Senonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole e i maestri; – di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; – di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili e nervose delle città.

***

Questo giornale, che è moderato, e vuol essere lo specchio fedele dei pensieri di chi scrive, e delle persone savie che vorranno aiutarci de’ loro consigli, – e li invochiamo, giacché, se siamo indipendenti, non vogliamo restare isolati, – non promette di essere di più facile contentatura dell’altra gente del suo partito; e però non si farà scrupolo di esprimere la sua opinione, quand’anche questa dovesse tornare sgradita a chi sta in alto o a chi sta in basso. – Certo è che se ci avverrà di censurare, ci studieremo di non essere avventati né iracondi, e ad ogni modo le nostre intenzioni saranno rette. Nulla ci ripugna più del tuono minatorio e degli atteggiamenti da gradasso con cui certi giornali di parte nostra credono opportuno, di tratto in tratto, d’affermare la loro indipendenza. La nostra indipendenza, ch’è reale, non avrà bisogno di queste frasche. Il pubblico non tarderà a conoscere in che acque naviga il Corriere della Sera. Errori se ne commisero, se ne commettono, se ne commetteranno. Il paese non fu sempre servito bene dagli uomini che adoperò. Qualcuno se lo ingraziò e salì al potere, avendo una cosa sulla bocca, un’altra nel cuore. Chi peccò per ignoranza, chi per inesperienza, chi per tristizia d’animo. Qualche volta non errarono gl’individui, errò l’intero partito. On tombe toujours du coté où l’on penche, ha detto il Guizot. Il partito moderato inclinò alla grettezza, alla timidità, al fiscalismo, alle idee aristocratiche: noi che vogliamo tenerlo in piedi, non avremo il diritto di gridare quando lo vedremo in pericolo di perdere l’equilibrio?


***

Sentiamo dire: – E la disciplina del partito? – State buoni, voi altri, con la disciplina del partito. Un articolo di giornale non è una palla nera o una palla bianca. Una palla nera può rovesciare un Ministero, cento articoli non lo scrollano. La disciplina di partito è indispensabile alla Camera: quante nobili coscienze ne ha allontanate questa dura legge! Il giornale non ne è esente del tutto, ma porta certamente un freno assai più largo. Guardate i giornali inglesi, i migliori d’Europa, come si muovono liberamente nell’ambiente del loro partito. Certo, se c’è cosa che abbiamo in odio, è il giornale a tesi, il giornale che guarda ogni materia dal lato dell’opposizione al Ministero o dell’appoggio da dare al Ministero; il giornale che gira ogni mattina nello stesso circolo d’idee, come il cavallo nella cavallerizza; il giornale organetto, che ha due sole suonate, una in maggiore per esaltare i meriti de’ suoi amici, una in minore per gemere su’ demeriti degli avversari. Ci piace essere obbiettivi; ci piace ricordarci che tu, pubblico, non t’interessi che mediocremente ai nostri odî ed ai nostri amori; che vuoi anzitutto essere informato con esattezza; ci piace serbare, di fronte a’ nostri amici migliori, la nostra libertà di giudizio, ed anche, se vuolsi, quel diritto di frondismo ch’è il sale del giornalismo.

***

Sentiamo dire ancora: Badate, voi dividete il partito. – Davvero? ma era forse diviso il partito quando esisteva a Milano un altro giornale della sera ad un soldo? Crediamo invece che non fu mai tanto forte quanto allora. È diviso il partito radicale perché ha due organi pomeridiani invece d’uno? Ci pare piuttosto che sia, o si creda, più vigoroso oggi che sei mesi fa. Noi non nasciamo per far guerra ai giornali del nostro stesso colore politico; non è ai loro lettori che diamo la caccia. È nel campo degli avversari comuni che confidiamo raggranellarli. E che! dovrebbe durare a Milano la voga di giornali che ogni giorno scoprono una nuova infamia del Governo, che riempiono le loro colonne con un interminabile enumerazione di delitti a carico di quanti primeggiano nella cosa pubblica, giornali che descrivono l’Italia come la preda d’un’oscena banda di malfattori? Dovrebbe il pubblico compiacersi a lungo di giornali che mostrano di tenere ogni persona investita d’una pubblica carica nel conto d’un gaglioffo della peggiore specie? Ma s’essi avessero ragione, se la classe dominante fosse davvero quella che dicono, l’Italia che la tollera sarebbe la più corrotta e la più vigliacca delle nazioni. No, no, la classica terra del buon senso, la patria di Parini e di Manzoni, non può compiacersi a lungo di tali esagerazioni e stravaganze. Sono i lettori di quelle corbellerie che noi vogliamo conquistare, contro di loro si debbono rivolgere le forze riunite del Corriere e de’ giornali che militano sotto le stesse bandiere. A’ giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un’inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell’emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della Sera potrà farsi posto senza che dalla sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni.

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