spigolando spigolando

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 4 set 2019, 10:42


ROUSSEAU, AMOR DI SE' E AMOR PROPRIO




Rousseau distingue tra due forme di amor proprio: l’amor proprio in senso lato, che chiama anche amore di sé (“amour de soi”), è un sentimento assoluto, naturale e buono per definizione perchè assicura l’autoconservazione dell’individuo ed esprime il suo diritto alla vita; l’amor proprio relativo (“amour propre”) è invece sempre negativo, in quanto, nascendo dal confronto con gli altri, si configura come sentimento sociale ed è quindi subordinato all’opinione.

La sensibilità positiva deriva immediatamente dall’amore di sé. È naturale che colui che si ama cerchi di estendere il suo essere e i suoi godimenti e di appropriarsi, coi legami affettivi, di ciò che egli sente possa essere per lui un bene. … Ma non appena questo amore assoluto degenera in amor proprio, e in rivalità comparativa, ecco che produce la sensibilità negativa; appena, infatti, si prende l’abitudine di misurarsi con altri ed uscire da se stessi per assegnarsi il primo e il miglior posto, è impossibile non provare avversione per tutto ciò che … ci impedisce di essere tutto.

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 11 set 2019, 9:19

Partiti ed elezioni nell'antica
Repubblica di Roma


La Roma dei re e la Roma imperiale non conoscevano le elezioni.
Nella Roma repubblicana, invece (dalla fine del VI sec. a.C. sino alla dittatura di Cesare), le elezioni occuparono una posizione di grande rilievo nella vita dei cittadini, liberi di raggrupparsi in formazioni politiche abbastanza precise.
Non si trattava certamente di partiti politici nel senso attuale del termine, bensì di grossi raggruppamenti legati ad un auctor (il moderno leader o segretario politico) e al dux (il premier di oggi), da un rapporto di fides, cioè di fiducia e di reciproco impegno.
In realtà dietro la fides si celavano rapporti economici, raccomandazioni e clientele di ogni genere e tipo.

Queste ultime, limitate a un ristretto numero di persone con interessi particolari da tutelare, costituivano la fazione, l’odierna corrente.
Le partes, al contrario, indicavano i raggruppamenti politici nel loro insieme: dei veri "partiti d’opinione", privi di un’ideologia precisa ma con interessi comuni.

Cesare e Pompeo, infatti erano dei capiparte che avevano l’appoggio non di una sola classe
sociale ma di una larga fascia dell’opinione pubblica. In questo contesto lo stato reclutava i propri
Dirigenti.


Chi aspirava a una alta carica pubblica (in teoria tutti i cittadini romani potevano nutrire questa ambizione, anche se, in realtà, solo i ricchi e gli aristocratici erano in grado di arrivare al potere) dava, alle scadenze fissate, il proprio nome a un magistrato che provvedeva a trascriverlo nelle liste dei candidati, in attesa dell’inizio della campagna elettorale. La battaglia per i voti durava ventisette giorni. In tale periodo il candidato, indossando una toga bianca (candida, da cui l’origine del nome candidatus), teneva comizi durante i quali esponeva il proprio programma. Regali, banchetti e promesse di ogni tipo contribuivano, insieme con una dotta eloquenza, a rendere l’oratore gradito al popolo.


Cicerone stesso, per farsi eleggere console, non mancò di utilizzare questi metodi. Lo testimonia ancor oggi una lettera del fratello Quinto Tullio: "Egli promise con garbo a tutti quelli che gli chiedevano favori e raccomandazioni; non negò mai nulla, fosse stata anche la luna".


Cesare, Pompeo e Crasso si spinsero molto più in là; impegnati in una dura lotta per il potere, contribuirono, a tutti i livelli, a diffondere una vera e propria corruzione. Pompeo fece eleggere al senato Afranio, suo amico, acquistando voti al suono dell’argento; Marco Messalla Nigro comperò nel 53 a.C. il consolato e processato, fu assolto, sebbene gli amici lo ritenessero colpevole; Quinto Calido pretore, giudicato da un collegio di senatori, calcolò che la sua condanna doveva aver reso alla giuria non meno di trecentomila sesterzi. Cosi, accanto ai normali commerci, si sviluppo il mercato dei voti e delle cariche pubbliche. Come nelle moderne borse valori, funzionari altamente specializzati s’impegnavano alacremente nel complicato lavoro: i divisores comperavano i voti, gli interpretes facevano da intermediari, e i sequestres custodivano il denaro, mentre gli interessi salivano alle stelle.


I Popolari (Populares in latino) furono una delle factiones ("partiti" in senso lato) che nella vita politica della Repubblica Romana sosteneva le istanze del popolo, costituendo per così dire la "base" dell'autorità dei Tribuni della Plebe, la magistratura che rappresentava gli interessi dei ceti popolari di Roma.
I Populares, pur essendo anch'essi espressione della nobilitas furono quindi spesso in conflitto con gli Optimates ("i migliori") che salvaguardavano invece le tradizioni ed i privilegi della classe dominante.
La fazione dei populares acquistò grande importanza tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C., quando le enormi conquiste di Roma nel Mediterraneo portarono a conseguenze economico-sociali disgreganti il vecchio ordine e che venivano risolte sempre più a fatica da istituzioni politiche nate per una città-stato.
Non costituendo un 'partito' nel senso moderno del termine si possono definire "populares" quegli esponenti della classe dirigente che furono promotori di provvedimenti per la redistribuzione delle terre demaniali e/o in difesa degli organi di governo del popolo romano, le assemblee e il tribunato della plebe.
Anche se in moltissimi contesti ci fu un allineamento di interessi fra le masse urbane e l'ordine dei cavalieri e anche se i populares si trovarono a difendere gli interessi di questi ultimi (per esempio sulla composizione della giuria dei tribunali) risultano anacronistiche le ipotesi di 'lotta di classe' fra cavalieri e senatori.
Gli equites (in Latino eques significa "cavaliere", al plurale equites; letteralmente "cavalieri") erano un ordine sociale (e militare) dell'antica Roma basato sul censo.
Nel periodo monarchico gli equites ricevevano dallo stato un cavallo, detto perciò equus publicus, oppure l'Aes equestre, consistente in 1.000 assi, cioè i soldi necessari per acquistarne uno, più l'Aes hordearium, ovvero una somma annuale di 200 assi per il suo mantenimento. Livio riferisce, ricordando l'assedio di Veio, che alcuni cittadini benestanti, che non erano equites ma avevano abbastanza denaro per mantenere un cavallo, si arruolarono volontari con un cavallo preso a loro spese; lo stato li ripagò con una somma a mo' di compenso per aver servito con i propri cavalli. Quando i soldati di fanteria iniziarono a ricevere una paga, la paga dei nuovi equites venne stabilita nel triplo. Le due classi di equites convivevano distinte: la prima, detta equites equo publico, e chiamata a volte dei Flexuntes o dei Trossuli; la seconda, composta da ricchi volontari, era detta degli equites Romani.
Nel periodo repubblicano si andò consolidando la struttura degli equites sia come corpo militare che come classe di censo dei cittadini. Gli equites che ricevevano un cavallo dallo stato erano sottoposti a ispezioni periodiche da parte dei censori, i quali avevano il potere di togliere loro il cavallo e ridurli alle condizioni di un aerarius, cioè di un soldato stipendiato di fanteria, nonché di assegnare l'equus publicus a un cavaliere che aveva finora servito con un cavallo a sue spese e si era dimostrato valoroso.

.
Fino al II secolo a.C. le centurie equestri erano viste come una divisione dell'esercito, e non formavano un ordine a sé; la principale divisione politica a Roma era ancora quella tra patrizi e plebei. Nel 123 a.C. la Lex Sempronia, introdotta da Gaio Sempronio Gracco, introduceva tra le due classi una terza, l'Ordo Equestris. La Lex Sempronia stabiliva che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre, e cioè di età tra i trenta e i sessant'anni, essere o essere stato un eques, o comunque avere il denaro per acquistare e mantenere un cavallo, e non essere un senatore. Il termine equites, perciò, dall'iniziale identificazione dei soldati a cavallo, passò prima a indicare chi quel cavallo aveva o aveva la possibilità di acquistarlo e poi chi aveva la possibilità di essere eletto come giudice.


Dopo le riforme dell'esercito di Gaio Mario, la presenza di nullatenenti nell'esercito cominciò a incrinare l'identificazione degli equites, intesi come cavalieri, nell'ordo equestris, composto da persone con un censo di 120-125.000 assi. Inoltre, ai cittadini romani si affiancarono le truppe di cavalleria ausiliarie italiche; mentre la parte militare ne uscì rafforzata, i cittadini romani componenti dell'ordo equestris non tolleravano facilmente di servire insieme a nullatenenti, pur essendo plebei come loro; perciò acuirono le loro prerogative di equestri che necessitavano larghe spese per distinguersi dal resto della plebe.
Con Silla, nell'80 a.C., agli equites venne proibito di divenire giudici attraverso la Lex Aurelia. Il prestigio e la ricchezza dell'ordo equestris vennero mantenuti dando ai cavalieri il compito di pubblicani, cioè gli esattori delle imposte, i quali dovevano avere una cospicua ricchezza personale per non arricchirsi attraverso le tasse; perciò questo divenne il mestiere naturale degli equites nella tarda età repubblicana. Cicerone parla di pubblicani e di equites quasi come se fossero sinonimi. Durante il consolato di Cicerone, gli equites ebbero parte attiva nel sopprimere la congiura di Catilina, acquistando un maggior potere. Da allora, come ricorda Plinio il Vecchio, divennero il terzo corpo dello stato, insieme a patrizi e plebei, al punto che dopo il Senatus PopolusQue Romanus aggiunsero et Equestris Ordo.
Nel 63 a.C., con la Lex Roscia Othonis, il tribuno della plebe Lucio Roscio ottenne per gli appartenenti all'ordo equestris il privilegio di sedere nei primi quattordici posti davanti all'orchestra. Dopo questa, altre leggi restituirono all'ordo equestris le prerogative che Silla aveva loro tolto; venne dato loro il diritto di vestire il Clavus Angustus o angusticlavio, e il privilegio di indossare un anello d'oro, prima ristretto ai soli equites equo publico.
Trai principali rappresentanti della Pars Popularis troviamo: Tiberio Sempronio Gracco, Gaio Sempronio Gracco, Gaio Mario, zio da parte di madre di Gaio Giulio Cesare, Lucio Apuleio Saturnino, Quinto Sertorio, Marco Emilio Lepido, Lucio Sergio Catilina, Gaio Giulio Cesare, Publio Clodio Pulcro, Marco Antonio


Gli Ottimati (in latino Optimates, cioè i migliori) erano i componenti della fazione aristocratica conservatrice della tarda Repubblica romana.
In origine influenzavano la vita politica romana, essendo la gestione della Res Publica appannaggio soltanto di quella ristretta cerchia di nobili che avevano le possibilità e la cultura per dedicarsi alla politica. In seguito alla Secessione dell'Aventino, però, le classi popolari e piccolo e medio borghesi riuscirono a ritagliarsi una fetta di potere, da esercitare mediante loro rappresentanti: i tribuni della plebe, magistrati dotati di potere legislativo (per esempio il diritto di veto su qualsiasi legge o decreto del Senato), nonché di auctoritas, ovvero l'autorità morale. Inoltre erano conferiti della sanctitas, ossia la sacra inviolabilità della loro persona, che rendeva ogni atto sovversivo, finalizzato a danneggiarli materialmente o fisicamente, un delitto gravissimo. Per rispondere a questa organizzazione politica del popolo, anche i patrizi romani si allearono tra di loro nel movimento politico degli "optimates" (it. "ottimi", "nobili"), cioè il partito aristocratico.
In effetti la fazione aristocratica non era un vero e proprio partito politico secondo l'accezione moderna del termine (nonostante sia a volte chiamata Partito Aristocratico). Era bensì una confederazione di nobili, ciascuno dei quali era politicamente indipendente (o quasi) dagli altri, grazie ad una diffusa rete di clientele e di alleanze che ciascun nobile gestiva in modo autonomo. L'appartenenza ad un'unica fazione era resa però evidente dall'alleanza di tutti i nobili "optimates" con il Senato, dal comune interesse a conservare tutti i privilegi nobiliari, nonché dalla comune avversione nei confronti dei "Populares" (l'organizzazione politica dei ceti popolari e borghesi) e dei "Tribuni della Plebe". Gli Ottimati, infatti, desideravano limitare il potere delle Assemblee della plebe ed estendere il potere del Senato romano, che era considerato più stabile e più dedicato al benessere di Roma. Si opponevano anche all'ascesa degli uomini nuovi (plebei, di solito provinciali, la cui la famiglia non aveva avuto esperienza politica precedente) nella politica romana. L'ironia era che uno dei principali campioni degli ottimati, Marco Tullio Cicerone, era egli stesso un uomo nuovo.


Oltre ai loro obiettivi politici, gli ottimati si opposero all'estensione della cittadinanza romana fuori dall'Italia (e si opposero perfino ad assegnare la cittadinanza alla maggior parte degli Italici). Favorirono generalmente alti tassi di interesse, si opposero all'espansione della cultura ellenistica nella società romana e lavorarono duramente per fornire la terra ai soldati congedati (erano convinti che soldati felici erano probabilmente meno disposti a sostenere generali in rivolta).


La causa degli ottimati raggiunse l'apice con la dittatura di Lucio Cornelio Silla (81 a.C.- 79 a.C.). Sotto il suo potere, le Assemblee furono private di quasi tutto il loro potere, il totale dei membri del Senato fu portato da 300 a 600, migliaia di soldati si stabilirono nell'Italia del Nord e un numero ugualmente grande di popolari fu giustiziato con le liste di proscrizione. Limitò i poteri dei tribuni della plebe, ridusse i consoli e i pretori ai compiti cittadini della direzione politica e dell’amministrazione della giustizia e vietò di ricoprire una medesima carica prima che fossero trascorsi dieci anni. Tuttavia, dopo le dimissioni e la successiva morte di Silla, molti dei suoi provvedimenti politici furono gradualmente ritirati, ma furono più durature le innovazioni nel campo del diritto e del processo penale. Silla fu il primo ad entrare con il suo esercito in armi a Roma, creando così un precedente che porterà alla fine della Repubblica.
Appartenevano agli "optimates" importanti uomini politici quali Lucio Cornelio Silla, Marco Licinio Crasso, Marco Porcio Catone detto Il Censore e Catone Uticense, Marco Tullio Cicerone, Tito Annio Milone, Marco Giunio Bruto e, a parte il periodo del Triumvirato, Gneo Pompeo.

Andrea Bonaveri

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 11 set 2019, 9:21

LE CARICHE

Trilussa


- Perché - chiese la Volpe ar Re Leone -

avete messo un Lupo a la Giustizzia?

Pe' le Pecore è un guajo, e la notizzia

j'ha fatto una bruttissima impressione:

ché er Lupo, quanno batte la campagna,

tante ne vede e tante se ne magna.

- E' inutile che fai l'umanitaria,

- je rispose er Leone - ché a la fine

tu sai quer ch'hanno detto le Galline

quanno t'ho nominata fiduciaria...

Se un Re guardasse er sentimento interno

de chi ariva ar potere, addio Governo!

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 19 set 2019, 9:12

Da UTOPIA di Tommaso Moro


SUL LAVORO

[i""]Eliminate queste pericolose aberrazioni, create leggi per cui quelli che hanno distrutto i villaggi siano costretti a ricostruirli, oppure la proprietà dei terreni passi nelle mani di chi s'impegna a farlo. Non permettete ai più ricchi di comprare tutte le terre e controllare monopolisticamente il mercato. Fate che non vi siano così tante persone mantenute nell'ozio, ridate fiato all'agricoltura e all'artigianato della lana affinché chi è ridotto in povertà dalla mancanza di lavoro, o chi si da all'ozio e al vagabondaggio, possa guadagnarsi da vivere onestamente: in caso contrario, prima o poi, diventeranno tutti ladri. Se non risolverete questi enormi problemi sarà inutile appellarsi a una giustizia severa, perché questa è più spettacolare che giusta o efficace. Far su che i vostri giovani crescano nell'ozio e nella corruzione, permettendo che fin dalla più tenera età siano avvelenati a poco a poco dal vizio, per poi volerli punire quando sono adulti, non è forse, ti domando, come crescerli ladri per poi impiccarli?""
[/i]

Commento a cura di Alessandra Benenati

La mancanza di lavoro è un problema che ha da sempre caratterizzato la maggior parte dei Paesi e, come afferma Moro nella sua Utopia, questo dilemma è il primo e importante sintomo di un malfunzionamento nell’organizzazione dello Stato; bisogna che il governo si occupi seriamente di inserire ogni individuo nel mondo del lavoro, a partire dai giovani, educandoli a faticare per guadagnarsi da vivere e impedendo loro che intraprendano strade sbagliate. Chiaramente, è necessaria anche la volontà del singolo cittadino per far sì che questo piano vada a buon fine, per cui collaborazione tra Stato e popolo diventa un binomio inscindibile. La conquista del lavoro deve quindi diventare una garanzia, per assicurare all’uomo la conquista della propria dignità, poiché un uomo senza lavoro è in balia dei vizi e degli ozi; quella dignità che conduce tutti a rispettare le regole propinate dai governi, in quanto il popolo gode della situazione di benessere collettivo in cui si trova, senza ricorrere ad atti di delinquenza o vandalismo per crearsi uno spazio ideale. Del resto, anche la Costituzione Italiana, nel suo primo articolo, sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, lavoro che diventa sia un dovere, per risollevare le sorti di uno Stato, che un diritto, che garantisce al cittadino di ottenere un’esistenza serena fondata sul benessere e sulla legalità.

""“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.”" _Thomas More

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 19 set 2019, 9:39

l'angolino del sorriso


CHI CERCA…..TROVA ….non sempre …

--Ciao, tu di che cosa sei morto?
--Io sono morto congelato e tu?
--Sono morto di gioia.
--come sei morto di gioia, spiegati meglio…..
--Sono tornato a casa e ho trovato mia
moglie nel letto, completamente nu.a e
allora ho cominciato a cercare l’amante sotto il letto,
nel bagno ,in cucina, negli armadi.....e siccome non
l'ho trovato, è stata così forte la gioia che il cuore
non ha retto.
--Co....ne! Se aprivi il congelatore ora saremmo ancora
vivi tutti e due!

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 20 set 2019, 22:54

SPINOZA, LA DEMOCRAZIA
Lo stato, che è la forma in cui viene esercitato collettivamente il diritto di ciascuno, può avere anche le caratteristiche dell’assolutismo e reggersi prevalentemente sull’uso della forza: si hanno però in questo modo gravissimi rischi di rivolta e, soprattutto, non si garantiscono quei diritti che per Spinoza sono fondamentali - la libertà di pensiero e quella di espressione -, mentre si lascia spazio a un altro “diritto naturale”, il diritto alla ribellione. La via di uscita che propone Spinoza è “che ciascuno alieni a favore della società tutta la potenza di cui dispone”: dunque, la democrazia.

B. Spinoza, Trattato teologico-politico, cap. XVI

Certamente, se tutti gli uomini fossero tali da lasciarsi guidare facilmente dalla sola ragione e sapessero riconoscere l’utilità e l’esigenza suprema dello Stato, non ci sarebbe nessuno che non aborrisse frodi e inganni e tutti starebbero ai patti con perfetta lealtà, animati dal desiderio di quel bene supremo che è il mantenimento della società. Il presidio piú prezioso dell’organizzazione civile, la fedeltà, verrebbe mantenuto integro con il massimo impegno. Ma, nella realtà, gli uomini sono ben lungi dal poter essere sempre facilmente guidati dalla ragione; ciascuno è sospinto dai suoi personali impulsi al piacere e gli animi spessissimo sono a tal punto dominati dall’avidità, dalla bramosia degli onori, dall’invidia, dalla collera che nessun posto resta per la capacità di riflettere e di giudicare. Ecco perché, a meno che una qualche garanzia non si aggiunga alla promessa, nessuno può essere sicuro della lealtà dell’altro, nonostante che gli uomini pattuiscano e promettano di mantenere fede agli impegni con le piú persuasive sembianze di una intenzione onesta. Sappiamo infatti che ogni individuo può agire con l’inganno in forza del diritto di natura e che non è tenuto a stare ai patti se non in vista di un bene maggiore o per timore di un male peggiore.
Abbiamo già mostrato che il diritto di natura è determinato e delimitato esclusivamente dalla potenza di ciascun individuo: ne segue che se l’uno, a forza o spontaneamente, trasferisce all’altro una parte della potenza di cui dispone, cede anche, necessariamente, una parte corrispondente del suo diritto. E allora sarà depositario del diritto sovrano su tutti colui che potrà esercitare l’autorità suprema, colui che in base ad essa potrà costringere ognuno con la forza tenendolo a freno con il timore dell’estremo supplizio che è universalmente paventato. Questi avrà nelle proprie mani tale diritto per tutto il tempo (né piú né meno) che conserverà il potere di fare ciò che vuole; altrimenti la sua autorità sarà precaria e nessuno che abbia piú forza di lui sarà tenuto, non volendolo, ad obbedirgli.
La società può costituirsi senza che si venga a creare conflitto con il diritto naturale, e ogni patto può essere rispettato con piena lealtà soddisfacendo dunque a questa condizione: che ciascuno alieni a favore della società tutta la potenza di cui dispone. La società verrà cosí investita del sovrano diritto di natura su ogni cosa, cioè essa sola tratterrà nelle proprie mani l’autorità suprema alla quale ciascuno si troverà nella condizione di dover ubbidire, sia di sua spontanea volontà, sia per timore della pena capitale. Un cosí inteso diritto esercitato dalla società intera è detto “democrazia”: regime politico definibile appunto come unione di tutti i cittadini, che possiede ed esercita collegialmente un diritto sovrano su tutto ciò che è in suo potere. Ne risulta che questa potestà non può essere condizionata da nessuna legge e che tutti le debbono sottostare in ogni campo; sottomissione del resto che, espressamente o tacitamente, dovette essere pattuita quando tutti trasferirono nella società l’intera potenza di cui disponevano per difendersi, e quindi ogni loro diritto.

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 20 set 2019, 22:58

Er Somaro e el leone

Trilussa

Un Somaro diceva: - Anticamente,
quanno nun c'era la democrazzia,
la classe nostra nun valeva gnente.
Mi' nonno, infatti, per avé raggione
se coprì co' la pelle d'un Leone
e fu trattato rispettosamente.

- So' cambiati li tempi, amico caro:
- fece el Leone - ormai la pelle mia
nun serve più nemmeno da riparo.
Oggi, purtroppo, ho perso l'infruenza,
e ogni tanto so' io che pe' prudenza
me copro co' la pelle de somaro!

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 20 set 2019, 23:16

Il Rispetto è come
il denaro: alcuni lo pretendono,
altri se lo guadagnano


Il rispetto è un valore universale che tutti dovremmo adottare in maniera incondizionata. Tuttavia, esiste anche chi lo pretende per se stesso senza considerare gli altri, reclamando un diritto che perde così ogni aspetto di empatia o vicinanza emotiva. Perché il rispetto non ha nulla a che vedere con le restrizioni, e se non si è capaci di offrirlo, non lo si dovrebbe neppure pretendere.
L’etimologia delle parole ha sempre da insegnarci qualcosa di saggio. In questo caso, risalendo alle radici della parola “rispetto” si trova “respectus”, derivante a sua volta da “respicere”, termine che significa riguardare, aver riguardo, ma soprattutto: “godere di una saggezza tale da vedere le cose per quello che sono”.
Senza rispetto tutto va perduto: l’amore, l’onestà, l’integrità… Pochi valori sono tanto essenziali come la capacità di rispettarsi l’un l’altro, con le proprie differenze e particolarità.
Tutti noi sappiamo cosa si prova quando qualcuno ci manca di rispetto. Le ingiustizie esistono in qualsiasi ambito: famiglia, scuola, lavoro, coppia… È importante sforzarci di riflettere un po’ di più su questo termine, perché proprio come disse Kant al riguardo, il rispetto va di pari passo con la dignità verso se stessi e verso chi ci circonda.


Il rispetto inizia sempre da se stessi

Il rispetto parte sempre da se stessi, perché più alto è il nostro livello di autostima, più saremo in grado di rispettare gli altri. Può sembrare un’ovvietà, lo sappiamo, ma che qualcosa sia logico non significa che poi venga messo in pratica, proprio come accade in questo caso. La capacità di rispettarci integralmente e con autenticità implica la capacità di sviluppare i seguenti aspetti:
• Avere un atteggiamento positivo verso noi stessi, riconoscendo i nostri meriti, e oltretutto, dimostrando di poter agire in accordo con i nostri valori e bisogni.
• Il rispetto per se stessi significa sapere che abbiamo il diritto di essere felici, di difenderci di fronte alle ingiustizie, di avere i nostri spazi e di far sentire la nostra voce.
• È inoltre necessario avere la consapevolezza di meritare ogni singolo obiettivo raggiunto, rinforzando la nostra autostima e, di conseguenza, facendoci responsabili di ogni trionfo, di ogni decisione presa e persino di ogni errore commesso.
Comprendendo ed interiorizzando questi tre aspetti, potremo raggiungere la consapevolezza che anche chi ci sta intorno merita lo stesso. Perché chi è incapace di rispettare se stesso, non proverà nulla di fronte al dolore degli altri.

La mancanza di rispetto o l’incapacità di mettersi nei panni degli altri

Erich Fromm tratta il tema del rispetto in maniera esaustiva all’interno del suo libro “L’arte di amare”. Secondo il celebre filosofo, umanista e psicoanalista, tale termine non può essere associato alle parole timore o imposizione. Quando rispettiamo un altro individuo, non può essere per paura o sottomissione, come accade in certe relazioni padre-figlio – e talvolta persino all’interno delle dinamiche di coppia.
Il rispetto non si compra e non si vende, ma nemmeno si regala: il rispetto si guadagna.
Il rispetto dovrebbe essere un atto scaturito da un senso di ammirazione: “io ti rispetto perché ammiro il tuo modo di essere, perché mi sento vicino a te e provo empatia verso la tua persona”. Naturalmente siamo consapevoli del fatto che ciò non sempre accade; molte volte ci troviamo di fronte a situazioni di questo tipo:
• Esiste chi attribuisce alla propria persona tutto il valore, i migliori atteggiamenti, e per questo esige un rispetto quasi reverenziale, minimizzando i diritti degli altri.
• Chi non rispetta se stesso, chi è privo di iniziativa e autostima, richiede che gli altri gli mostrino rispetto per esercitare il potere, per nutrire il suo ego e supplire alle proprie mancanze. Si tratta di comportamenti molto distruttivi.
Rispettare vuol dire innanzitutto accettare gli altri per quello che sono, mostrandosi sensibili verso le loro necessità. Una persona che manca di empatia ed è incapace di mettersi nei panni degli altri, difficilmente riuscirà ad avvicinarsi emotivamente alle altre persone, dimostrando umiltà e tolleranza.

Portare rispetto non costa nulla, ma fa molto

Il rispetto per gli altri è il valore intrinseco più nobile che si possa esercitare giorno dopo giorno. Ebbene, proprio come già specificato, non bisogna mai conferirlo agli altri per asservimento o perché ci viene imposto. Ogni gesto sincero deve sorgere dalla libertà del proprio cuore, mai dalla paura.
Rispettare significa tollerare pensieri diversi dal proprio, accettare che esistono altri modi di vedere il mondo e che ciascuno di essi è ugualmente lecito. Se non tolleriamo che i nostri figli esprimano i propri pensieri e prendano le proprie iniziative, ci staremo opponendo alla loro crescita personale. Di conseguenza, agiremo mancando loro di rispetto.
A sua volta, una coppia fondata sui valori di uguaglianza, onestà e complicità delle piccole cose, favorirà la creazione di una relazione sana e soprattutto felice. Perché c’è rispetto, perché c’è armonia, la stessa che dovremmo riporre in ciascuna persona che entra nella nostra vita o vi si trova solo di passaggio, così come in ogni animale o nella natura stessa.
Perché il rispetto è la base della nobiltà, è una virtù che dovrebbe sempre definire il genere umano…


Psicologa Eleonora Florio

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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 20 set 2019, 23:29

ER PRINCIPE RIVOLUZZIONARIO
Trilussa


Parla er cammeriere
I

Collarino fa li discorsi, ciacconsento,
è rivoluzzionario e te l'ammetto:
ma quanno che nun parla cambia aspetto,
diventa de tutt'antro sentimento.

È a casa che succede er cambiamento:
povero me, se manco de rispetto!
o se ner daje un fojo nu' lo metto,
come vô lui, ner gabbarè d' argento!

T'abbasti questo: quanno va in campagna
a fa' le conferenze ner comizzio
la moje sua la chiama: la compagna.

La compagna? Benissimo: ma allora
perché co' le persone de servizzio
la seguita a chiama: la mia signora?
II

Perché la sera me se mette in fracche,
eppoi, quanno minchiona er proletario,
s'ammaschera cór solito vestiario
tutto sciupato e pieno de patacche?

E, a parte er cambiamento de le giacche,
come farà l'anarchico incendiario
lui ch'ar petrojo rivoluzzionario
ha preferito sempre un bon cognacche?

Prèdica tanto bene l'eguaglianza,
ma si sapessi come è disuguale
quanno se tratta de riempì la panza!

Io me n'accorgo quanno magna er pollo:
lui se pappa le cosce, er petto e l'ale,
e a me me resta la carcassa e er collo!
III

Se parla presto de rivoluzzione,
se dice facirmente: scioperate,
quann'uno cià le cammere montate
co' tanto de tappeti e de portrone!

Ma quanno scoppierà la ribbejone
che faranno sur serio a schioppettate,
scommetto che pe' fa' le bancate
der suo nun je dà manco un credenzone!

Pur'io so' socialista, ma nun vojo
la propaganna rivoluzzionaria
da chi è tranquillo drento ar portafojo!

Da chi consija de mannà per aria
la società borghese cór petrojo
perché s'è assicurato a la Fondiaria!
IV

Pe' fa' 'sti fatti nun ce vonno mica
le mano lisce co' l'anelli d'oro,
ma le mano infocate dar lavoro
de la povera gente che fatica;

quele mano che cianno la vescica
pe' fa' un guadagno che nun è mai loro:
ecco chi tajerà la testa ar toro
senza che er mi' padrone je lo dica!

Saranno un giorno queli disgrazziati
che la faranno veramente, stanchi
d'esse rimasti sempre cojonati;

ma no li socialisti in guanti bianchi
che me fanno l'apostoli, invortati
ne le pellicce de tremila franchi!
V

La bona fede der lavoratore
nun va trattata come un giocarello:
perché lì, dice bene come quello,
quer che ciò su la bocca ciò ner core.

Lo so da me ch'er socialismo è bello:
ma quanno me lo predica er signore
che nun conosce solo che er sudore
de le feste da ballo, me ribbello!

Io, spesso, raggionanno cór padrone,
cerco de dije ch'ha sbajato piano,
ché in questo nun cià troppa vocazzione...

Ma lui s'inquieta, e sai che ce guadagno?
Ch'ogni tanto me dà der ciarlatano,
credenno de parlà con un compagno!

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grazia
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Re: spigolando spigolando

Messaggio da grazia » 22 set 2019, 6:02

IL PANNELLO
racconto di
Erri De Luca


Era stato staccato un pannello della cattedra per guardare le gambe della supplente. Eravamo una classe maschile, seconda liceo classico, sedicenni e diciassettenni del Sud, seduti d’inverno nei banchi con i cappotti addosso. La supplente era brava, anche bella e questo era un avvenimento. Aveva suscitato l’intero repertorio dell’ammirazione possibile in giovani acerbi: dal rossore al gesto sconcio. Portava gonne quasi corte per l’anno scolastico 1966-1967.
Si era accorta della manomissione solo dopo essersi seduta accavallando le gambe: aveva guardato la classe, la mira di molti occhi, era arrossita e poi fuggita via sbattendo la porta. Successe il putiferio. In quel severo istituto nessuno si era mai preso una simile licenza. Salì il preside, figura funesta che si mostrava solo in casi gravissimi. Nell’apnea totale dei presenti dichiarò che esigeva i colpevoli altrimenti avrebbe sospeso l’intera classe a scadenza indeterminata, compresi gli assenti di quel giorno. Significava in quei tempi perdere l’anno, le lezioni e i soldi di quanti si mantenevano agli studi superiori con sacrificio delle famiglie. Non esisteva il TAR, quel tribunale amministrativo cui oggi si sottopongono ricorsi per ristabilire diritti. Non c’erano diritti, le scuole superiori erano un privilegio. C’era la disciplina caporalesca degli insegnanti, legittima perché impersonale e a fin di bene. Il preside uscì, si ruppe quel gelido “attenti” che avevamo osservato. Non riuscimmo a sputare una parola.
Accadde una cosa impensabile: sottoposti all’alternativa di denunciare due nostri compagni o patire conseguenze gravi nello studio, quei ragazzi si zittirono a oltranza e nessuno riuscì a estorcere loro quei nomi. Nessuno parlò. Questo è il racconto del comportamento ostinato di un gruppo di studenti uniti solo dal fatto di essere iscritti alla sezione B, secondo anno di liceo, dell’Istituto Umberto I di Napoli nell’anno scolastico 19661967. Tranne una combriccola composta da ragazzi di agiata famiglia con residenza al centro, o un altro gruppo di ragazzi di pochi mezzi che si trovavano nel pomeriggio per studiare insieme, tranne qualche partita a pallone la domenica, niente univa quei ragazzi. Però è vero che niente ancora li divideva sanguinosamente, come sarebbe accaduto in pochi anni. Non ho più visto i compagni di quella classe, non fummo amici né soci, solo membri di un’età costretta a essere seme delle successive, inverno delle altre. Di colpo quei ragazzi spaventati si irrigidirono in un silenzio impenetrabile.
Quando il preside uscì non avevamo più freddo. Cominciava la tensione di un assedio ancora senza parole tra noi. Parlò il solo che si era opposto, quel mattino prima dell’inizio delle lezioni, allo svitamento del pannello. Era il più ligio di noi e spesso veniva preso in giro per quel suo impulso all’ordine. Quel mattino era stato zittito, ora recriminava perché aveva ragione e perché quel provvedimento contro tutta la classe era un’ingiustizia ai suoi occhi. Molti non erano ancora saliti in aula quando il pannello era stato tolto. Protestava accorato con voce che sbandava tra l’acuto e il grave come succede agli adolescenti. Stavolta non faceva ridere. Non so dire perché non si rivolse mai ai due colpevoli, non li additò alla classe che ancora ne ignorava i nomi, invece se la prendeva con noi, quei pochi presenti che non l’avevano aiutato a impedire quel gesto. Si sentì solo la sua voce in quell’intervallo. Ognuno cercava di rendersi conto delle conseguenze. Qualcuno aveva la famiglia povera che non gli avrebbe permesso di ripetere l’anno. Tutti temevamo la reazione che l’episodio indifendibile avrebbe prodotto in casa. C’era chi sarebbe stato promosso a occhi chiusi e che vedeva sfumare il diritto alla borsa di studio, chi aveva già fatto spendere soldi per le lezioni private. Ognuno aveva un grado nel pericolo. Eppure nessuno denunciò gli autori dello svitamento, neppure sotto la nobile causa di salvare gli altri. Nessuno chiese ai due compagni di denunciarsi. Questi si rimisero alla decisione della classe e la classe li coprì. Avrebbero altrimenti patito punizione esemplare, sarebbero stati espulsi da tutte le scuole. Questo sembra incredibile a chi conosce quello che è successo nelle aule d’Italia solo pochi anni dopo, eppure le cose stavano così: la scuola italiana un quarto d’ora prima di essere sovvertita dagli studenti era saldamente in mano alla gerarchia docente.

Eravamo ancora zitti quando entrò il professore dell’ora successiva. Squadrandoci fieramente pretese di conoscere immediatamente i nomi dei colpevoli. Alzò la voce. Diede agli sconosciuti il titolo di vigliacchi e a noi che li coprivamo attribuì colpa ancora più grave, degna del più severo provvedimento. Richiese i nomi un’altra volta. Dopo il secondo silenzio applicò la rappresaglia: interrogò alcuni di noi che nella sua materia tentennavano, li confuse con domande difficili e atteggiamento sprezzante, li congedò annunciando, cosa mai prima accaduta, il pessimo voto riportato. Quella palese ingiustizia fece del bene a tutti. Era iniziato un assedio, ne andava della vita scolastica di ognuno, che era tutta la nostra vita pubblica di cittadini.
Sotto il duro ricatto di denunciare dei compagni o incorrere in provvedimenti disciplinari spuntò d’improvviso uno spirito di corpo. Ragazzi che avevano in comune la frequentazione di un’aula per alcune ore al giorno diventarono un organismo disposto a cadere tutto intero pur di non consegnare due suoi membri. Passò nelle fibre di uno scucito gruppo di coetanei una di quelle scariche elettriche che su scala più grande trasformano varie genti in un popolo, molte prudenze in un coraggio. C’è una soglia segreta di pazienza passata la quale ci si oppone di colpo alla disciplina quotidiana. Occasione è spesso un motivo all’apparenza insignificante. Anni dopo, partecipando a lotte operaie, avrei appreso con stupore che la lunga catena di scioperi spontanei e di aperte rivolte di fabbrica cominciarono alla FIAT, nel 1969, con richieste semplici come nuove tute da lavoro o la distribuzione di latte nelle lavorazioni tossiche. Piccole occasioni di rottura della pazienza quotidiana contengono grandi scosse: di colpo le strade si riempiono di scontento che sembra nato di pioggia come un fungo.
Non fu una rivolta, non chiedevamo niente, ma uno scatto di reazione contro chi voleva perquisirci dentro.
Fuori di scuola quel giorno si discusse. In mezzo all’assembramento notammo la strana presenza dei bidelli. Qualcuno di noi chiedeva almeno di sapere a chi doveva il rischio di rinunciare all’anno scolastico. Lì fuori venne zittito. Alla fine questa curiosità per vie traverse venne esaudita al nostro interno, ma in quel primo scambio di battute prevalse una spontanea disciplina. Il più ligio di noi trasferì il suo impulso all’ordine a servizio di quel silenzio. Qualcosa tra lui e la gerarchia scolastica si era guastato per sempre.
Quel giorno nelle nostre case si ripropose intero l’assedio. L’atmosfera fu inquisitoria come e più che a scuola. L’unico scampo: rifugiarsi nell’impossibilità di fare nomi di compagni senza esserne certi. Nessun retroterra familiare si mostrò comprensivo nei confronti della colpa, nessuno sostenne almeno un poco i diritti al silenzio di fronte al ricatto. Nessuno: tempi tutti d’un pezzo, non era solo a scuola il campo del dovere, esso si estendeva a tutta la piccola vita privata. Da adulto ho visto le famiglie difendere figli colpevoli di stupro e di linciaggio, un tempo invece stavano dalla parte dell’accusa. Se un ragazzo non si trova di colpo solo al mondo, mai cresce. Forse era difficile essere giovani in quei tempi anche se, per misericordia, non lo sapevamo. Molte più cose di oggi, in quegli anni erano considerate importanti, molto del futuro di ognuno si decideva sui banchi di quelle scuole.
Nei giorni successivi si ripeté in classe la richiesta di denunciare i colpevoli, fino al limite dell’ultimatum. Arrivarono al preside anche diverse lettere anonime coi nomi dei presunti responsabili, ma discordanti tra loro. La faccenda però non era più ferma ai colpevoli, si voleva rompere quell’inaudita ostinazione. Ma non ci fu verso di farci denunciare quei compagni. Penso che ci sentissimo tutti colpevoli, quelle gambe avevano emozionato ognuno. Fu perciò un po’ di immedesimazione verso quel gesto, anche se ce ne vergognavamo. La giusta linea di condotta proveniva da alcuni di noi che avevano già qualche relazione amorosa e trasmettevano agli altri un senso di superiorità da adulti nei confronti di quel gesto da guardoni nel buco della serratura. Ci piaceva credere di essere superiori agli scopi di quel sabotaggio, anche se non era così. Ma questo non contava più, stavamo andando dritti verso le conseguenze inevitabili. Ci eravamo irrigiditi dentro, pur mostrando all’esterno la costernazione dei malcapitati. Sotto quell’assedio eravamo diventati soldatini, imparando a difenderci tutti allo stesso modo.
C’era già in quegli anni una specie minore di solidarietà tra studenti che stava nel non farsi avanti a dare al professore una risposta che un altro non era stato in grado di fornire. Nessuno chiedeva di rispondere al posto del compagno. Forse era un comportamento legato al pudore di mostrami saputelli ed è troppo pretendere che fosse solidarietà. Questa era voce che si applicava a grandi cause come quelle dei terremotati, degli affamati e degli alluvionati. Però quel trattenersi dal dare la risposta era una pratica che insegnava a non mortificare il proprio compagno, a rivolgergli perciò un’attenzione non solo scolastica. Ovunque simili usanze sono sparite.[..]

CONTINUA....

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